domenica 29 giugno 2014

Edward N. Luttwak. La guerra e la logica paradossale della strategia



“ ‹Si vis pacem, para bellum› (se vuoi la pace, preparati alla guerra), dice la massima latina attribuita alla saggezza romana, ancora molto usata oggi dagli oratori che sostengono i vantaggi di un forte armamento. Così ci viene detto che l’essere pronti a combattere dissuade dall’attacco che uno stato di debolezza potrebbe invece favorire, e di conseguenza evita la guerra. È altrettanto vero che l’essere pronti a combattere può assicurare la pace in tutt’altro modo, rendendo inutile la guerra, in quanto i deboli vengono indotti a cedere senza combattere davanti ai forti. Logorato e ridotto a un cliché dall’eccessivo uso che ne è fatto, il detto romano ha perso la capacità di stimolare i nostri pensieri, ma è proprio la sua banalità ad essere significativa: è una frase ovviamente paradossale in quanto presenta evidenti contraddizioni, come se fosse una proposta logica diretta – e questo non è esattamente quanto ci aspetteremmo da una semplice banalità.
Perché si accetta con tanta condiscendenza questo argomento contraddittorio, e addirittura lo si mette da parte come ovvio? Certo, c’è anche chi non è d’accordo, e l’intera nuova avventura accademica degli «studi di pace» è dedicata all’ipotesi che la pace dovrebbe essere studiata come fenomeno a sé, e ricercata attivamente nella vita reale: ‹si vis pacem, para pacem›, potrebbero suggerire i suoi sostenitori. Ma anche coloro che respingono esplicitamente il monito paradossale non lo denunciano come una sciocca ed evidente contraddizione che solo un briciolo di buon senso dovrebbe far scartare. Al contrario, la considerano un esempio di saggezza convenzionale mal diretta, alla quale oppongono concetti che essi stessi definirebbero nuovi e anticonvenzionali.
Così il problema rimane: perché viene accettata con tanta facilità una evidente contraddizione? Prendiamo in esame l’assurdità di un consiglio equivalente, in una sfera qualsiasi della vita, al di fuori di quella strategica: se vuoi ‹A›, lotta per ‹B›, il suo opposto, esattamente come «se vuoi dimagrire, mangia di più; se vuoi diventare ricco, cerca di guadagnare di meno» (indubbiamente respingeremmo un suggerimento del genere). Soltanto nel regno della strategia, che comprende ‹la condotta e le conseguenze delle relazioni umane nel contesto di un effettivo o possibile conflitto armato›, abbiamo imparato ad accettare come valide proposte paradossali.
L’esempio più ovvio è l’intero concetto di «deterrenza» nucleare, ormai talmente assimilato da sembrare a molti banale. Per difenderci, dobbiamo essere pronti ad attaccare in qualsiasi momento. Per poter godere dei loro vantaggi, non dobbiamo mai impiegare le armi atomiche che continuiamo a fabbricare con tanta assiduità. Essere pronti ad attaccare costituisce una dimostrazione di intenti pacifici, mentre predisporre difese è aggressivo, o per lo meno «provocatorio» - così dicono le opinioni convenzionali in proposito. La controversia sulla sicurezza della deterrenza nucleare viene ravvivata periodicamente, e indubbiamente si discute molto su tutti gli aspetti particolareggiati della linea politica relativa alle armi nucleari. Ma i paradossi ovvi, che costituiscono l’effettiva base della deterrenza nucleare, sono ritenuti irrilevanti.
Io affermo invece che la strategia non implica semplicemente questa o quella proposta paradossale, contraddittoria eppure riconosciuta valida, ma piuttosto che ‹l’intero regno della strategia è pervaso da una logica paradossale tutta sua›, in contrasto con la logica lineare ordinaria, in base alla quale viviamo tutte le altre sfere della nostra esistenza (tranne, naturalmente, per quanto riguarda i wargames, o i giochi di guerra). Nelle situazioni in cui il conflitto è semplicemente incidentale per scopi di produzione e di consumo, di commercio e di cultura, di relazioni sociali e di governo consensuale, con lotte e competizioni più o meno vincolate da leggi e usanze, si applica una logica lineare non contraddittoria, la cui essenza è contenuta in quello che riteniamo buon senso.
Per contro, all’interno della sfera della strategia, in cui le relazioni umane sono condizionate da un conflitto armato effettivo o possibile, agisce un’altra logica, completamente diversa. Essa viola spesso la logica lineare ordinaria, ‹comportando la confluenza e addirittura il capovolgimento dei contrari›, e di conseguenza tende, incidentalmente, a premiare la condotta paradossale sconvolgendo direttamente l’azione logica, e fornendo risultati ironici se non addirittura fatalmente autolesivi.”
EDWARD NICOLAE LUTTWAK (1942), Strategia, trad. di Enzo Peru, Rizzoli, Milano 1989 (I ed.), I ‘La logica della strategia’, ‘Introduzione’, pp. 21 – 24.

                                                                                       
Stanley Kubrick (1928 – 1999), “Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba” (“Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb”, Gran Bretagna – U.S.A. 1964). Soggetto: Peter George (romanzo “Red Alert” o “Two Hours to Doom” 1958). Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Peter George, Terry Southern. Fotografia: Gilbert Taylor. Montaggio: Antony Harvey. Scenografia: Ken Adam. Costumi: Bridget Sellers. Trucco: Stuart Freeborn. Musiche: Laurie Johnson. Con Peter Sellers: colonnello Lionel Mandrake – Presidente Merkin Muffley – Dottor Stranamore, George C. Scott: generale ‘Buck’ Turgidson, Slim Pickens: maggiore T.J. ‘King’ Kong pilota, Keenan Wynn: colonnello ‘Bat’ Guano, James Earl Jones: tenente Lothar Zogg bombardiere.

“ ‹Si vis pacem, para bellum›. If you want peace, prepare war, goes the Roman proverb, still much quoted by speakers preaching the virtues of strong armament. We are told that readiness to fight dissuades attacks that weakness could invite, thus keeping the peace. It is just as true that readiness to fight can ensure peace in quite another way, by persuading the weak to yield to the strong without a fight. Worn down by overuse, the Roman admonition has lost the power to arouse our thoughts, but it is precisely its banality that is revealing: the phrase is of course paradoxical in presenting a blatant contradiction as if it were a straightforwardly logical proposition – and that is scarcely what we would expect in a mere banality.
Why is the contradictory argument accepted so unresistingly, indeed dismissed as obvious? To be sure, there are some who disagree, and the entire academic venture of «peace studies» is dedicated to the proposition that peace should be studied as a phenomenon in itself and activity worked for in real life: ‹si vis pacem, para bellum›, its advocates might say. But even those who reject the paradoxical advice do not denounce it is a self-evidently foolish contradiction that common sense should sweep away. On the contrary, they see it as a piece of wrongheaded ‹conventional› wisdom, to which they oppose ideas they themselves would describe as novel and unconventional.
And so the question remains: why is the blatant contradiction so easily accepted? Consider the absurdity of equivalent advice in any sphere of life but the strategic: if you want ‹A›, strive for ‹B›, its opposite, as in «if you want to lose weight, eat more» or «if you want to become rich, earn less» - surely we would reject all such. It is only in the realm of strategy, which encompasses ‹the conduct and consequences of human relations in the context of actual or possible armed conflict› that we have learned to accept paradoxical propositions as valid.
The most obvious example is the entire notion of nuclear "deterrence," so thoroughly absorbed during the Cold War years that to many it seems prosaic. To defend, we must stand ready to attack at all times. To derive their benefit, we must never use the nuclear weapons acquired and maintained at great cost. To be ready to attack in retaliation is evidence of peaceful intent, but to prepare antinuclear defenses is aggressive, or at least "provocative" such are the conventional views on the subject. Controversy over the safety of nuclear deterrence was periodically rekindled during the Cold War, and there was certainly much debate on every detailed aspect of nuclear-weapons policy. But the obvious paradoxes that form the very substance of nuclear deterrence were deemed unremarkable.
The large claim I advance here is that strategy does not merely entail this or that paradoxical proposition, blatantly contradictory and yet thought valid, but rather that ‹the entire realm of strategy is pervaded by a paradoxical logic› very different from the ordinary «linear» logic by which we live in all other spheres of life. When conflict is absent or merely incidental to purposes of production and consumption, of commerce and culture, of social or familiar relations and consensual government, whenever that is, strife and competition are more or less bound by law and custom, a noncontradictory linear logic rule, whose essence is mere common sense. Within the sphere of strategy, however, where human relations are conditioned by armed conflict actual or possible, another and quite different logic is at work and routinely violates ordinary linear logic by ‹inducing the coming together and reversal of opposites›. Therefore it tends to reward paradoxical conduct while defeating straightforwardly logical action, yielding results that are ironical or even lethally damaging.”
EDWARD NICOLAE LUTTWAK, Strategy. The logic of war and peace, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, MA 2001(rev. and enlarged ed., I ed. 1987), Part I ‘The Logic of Strategy’, pp. 1 – 2.

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