domenica 8 giugno 2014

Jacques Derrida. La scrittura


“ La scrittura non sarà mai la semplice «pittura della voce» (Voltaire). Essa crea il senso, consegnandolo, affidandolo a una incisione, a un solco, a un rilievo, a una superficie che si vuole trasmissibile all’infinito. Non che lo si voglia sempre, non che lo si sia sempre voluto; e la scrittura, come origine della storicità pura, della pura tradizionalità, non e che il telos di una storia della scrittura la cui filosofia resterà sempre a venire. Che questo progetto di tradizione infinita si attui o no, dovrà tuttavia essere valutato e rispettato nel suo sen so di progetto. Che possa sempre fallire, è il segno della sua finitezza e della sua pura storicità. Se il gioco del senso può sopravanzare la significazione (la segnaIizzazione) sempre implicata nei limiti regionali della natura, della vita, dell’anima, questa scavalcamento e il momento del voler-scrivere.
Lo scrivere non è la determinazione ulteriore di un volere primitivo. AI contrario, lo scrivere risveglia il senso di volontà della volontà: libertà, rottura con l’ambito della storia empirica in previsione di un accordo con l’essenza nascosta dell’empiria, con la pura storicità. Voler scrivere e non desiderio di scrivere, perché non si tratta di un fenomeno affettivo ma di libertà e di dovere. Nella sua relazione all’essere, il voler-scrivere vorrebbe essere l’unica soluzione fuori dall’affezione. Soluzione intravvista solamente e con uno sguardo non ancora sicuro che la salvezza sia possibile né che stia fuori dall’affezione. Essere affetti e essere finiti: scrivere sarebbe ancora giocare con la finitezza e voler giungere all’essere fuori dall’essente, essere che non è in grado di essere né di farsi esso stesso affezione. Sarebbe voler dimenticare la differenza: dimenticare la scrittura nella parola presente, sedicente viva e pura.”
JACQUES DERRIDA (1930 – 2004), La scrittura e la differenza, trad. di Gianni Pozzi, introduzione di Gianni Vattimo, Einaudi, Torino 1990 (II ed., I ed. 1971), I. ‘Forza e significazione’, p. 16.

Gastone Novelli (1925 – 1968), L’armoire normande 1962. Foglio n. 7 del libro unico per l’illustrazione di Histoire de l’oeil di Georges Bataille. Matita, pastelli e foglia d’argento su carta, 21 X 30. Collezione Giorgio Cappricci, Milano.

“ L’écriture ne sera jamais la simple «peinture de la voix» (Voltaire). Elle crée le sens en le consignant, en le confiant à une gravure, à un sillon, à un relief, à une surface que l’on veut transmissible à l'infini. Non qu’on le veuille toujours, non qu’on l’ait toujours voulu; et l’écriture comme origine de l’historicité pure, de la traditionalité pure, n’est que le telos d’une histoire de l’écriture dont la philosophie restera toujours à venir. Que ce projet de tradition infinie s’accomplisse ou non, il faut le reconnaître et le respecter dans son sens de projet. Qu’il puisse toujours échouer, c’est la marque de sa pure finitude et de sa pure historicité. Si le jeu du sens peut déborder la signifcation (la signalisation) toujours enveloppée dans les limites régionales de la nature, de la vie, de l’âme, ce débord est le moment du vouloir-écrire. Le vouloir-écrire ne se comprend pas à partir d’un volontarisme. L’écrire n’est pas la détermination ultérieure d’un vouloir primitif. L’écrire réveille au contraire le sens de volonté de la volonté: liberté, rupture avec le milieu de l’histoire empirique en vue d’un accord avec l’essence cachée de l’empirie, avec la pure historicité. Vouloir-écrire et non pas désir d’écrire, car il ne s’agit pas d’affection mais de liberté et de devoir. Dans son rapport à l’être, le vouloir-écrire voudrait être la seule issue hors de l’affection. Issue visée seulement et d’une visée encore qui n’est pas sûre que le salut soit possible ni qu’il soit hors de l’affection. Etre affecté, c’est être fini: écrire serait encore ruser avec la finitude, et vouloir atteindre à l’être hors de l’étant, à l’être qui ne saurait être ni m’affecter lui-même. Ce serait vouloir oublier la différence: oublier l’écriture dans la parole présente, soi-disant vive et pure.”
JACQUES DERRIDA, L’écriture et la différence, Éditions du Seuil, Paris 1967 (I éd.), I ‘Force et signification’, p. 24.

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