domenica 6 luglio 2014

Murray Newton Rothbard. Parte prima. Quello che lo Stato non è



“ Lo Stato è quasi universalmente considerato un’istituzione di servizio sociale. Alcuni teorici venerano lo Stato come l’apoteosi della società; altri lo considerano un’organizzazione apprezzabile, anche se spesso inefficiente, per raggiungere scopi sociali; ma quasi tutti lo considerano un mezzo necessario per raggiungere gli scopi dell’umanità, un mezzo da schierare contro il «settore privato» e spesso vincitore in questa competizione di risorse. Con l’ascesa della democrazia, l’identificazione dello Stato con la società è stata raddoppiata, tanto che è comune ascoltare l’espressione di sentimenti che violano quasi ogni principio di ragione e di senso comune quali «il governo siamo noi». L’utile termine collettivo «noi» ha reso possibile che un travestimento ideologico fosse gettato sulla realtà della vita politica. Se «il governo siamo noi», allora qualunque cosa un governo faccia ad un individuo non solo è giusta e tutt’altro che tirannica ma anche «volontaria» da parte dell’individuo interessato. Se il governo si è gravato di un ingente debito pubblico che deve essere pagato tassando un gruppo per il beneficio di un altro, la realtà di questo gravame è oscurata dicendo che «siamo debitori di noi stessi»; se un governo chiama alla leva un uomo, o lo manda in prigione per dissenso d’opinione, allora «lo sta facendo a se stesso» e quindi nulla di deplorevole è accaduto. Secondo questo ragionamento, tutti gli ebrei uccisi dal governo nazista non furono uccisi; al contrario, essi devono essersi «suicidati», poiché il governo erano loro (un governo democraticamente scelto), e quindi qualunque cosa il governo facesse loro era volontaria da parte loro. Si potrebbe pensare che non sia necessario insistere su questo punto, e tuttavia la schiacciante maggioranza della gente sostiene, in minore o maggior misura, questa credenza errata.
Dobbiamo quindi sottolineare che «noi» non siamo il governo; il governo non è «noi». Il governo, in nessun senso preciso, «rappresenta» la maggioranza del popolo. Ma, anche se così fosse, anche se il 70 per cento del popolo decidesse di uccidere il restante 30 per cento, ciò sarebbe ancora un omicidio e non un suicidio volontario da parte della minoranza trucidata. A nessuna metafora organicistica, a nessuna banale e irrilevante osservazione che «noi siamo tutti parte l’uno dell’altro», deve esser concesso di oscurare questo fatto basilare.
Se quindi lo Stato non è «noi», se non è «la famiglia umana» radunata per decidere dei problemi reciproci, se non è la riunione di una loggia o di un circolo sportivo, che cos’è? In breve, lo Stato è quell’organizzazione della società che tenta di mantenere un monopolio nell’uso della forza e della violenza in una data area territoriale; in particolare, è la sola organizzazione nella società che ottiene le sue entrate non con contributi volontari o in pagamento di servizi resi ma con la coercizione. Mentre gli altri individui o istituzioni ottengono il loro reddito con la produzione di beni e servizi e con la pacifica e volontaria vendita di questi beni e servizi agli altri, lo Stato ottiene il suo reddito con l’uso della costrizione, cioè con l’uso e la minaccia della prigione e delle baionette. Avendo usato la forza e la violenza per ottenere il suo reddito, lo Stato generalmente prosegue col regolare e imporre le altre azioni degli individui suoi sudditi. Si potrebbe pensare che la semplice osservazione di tutti gli Stati attraverso la storia e in ogni parte del globo sia una prova sufficiente di questa affermazione; ma il miasma del mito ha aduggiato così a lungo sull’attività dello Stato che si rende necessaria una elaborazione.”
MURRAY NEWTON ROTHBARD (1926 – 1995), Anatomia dello Stato (pp. 209 – 239), in, a cura di Nicola Iannello (saggio introduttivo I diritti presi sul serio. Per una genealogia del libertarismo), La società senza Stato: i fondatori del pensiero libertario, Rubbettino, Soveria Mannelli – Catanzaro 2004, Parte terza ‘Libertari’, ‘Quello che lo Stato non è’, pp. 209 – 211.




“ The State is almost universally considered an institution of social service. Some theorists venerate the State as the apotheosis of society; others regard it as an amiable, though often inefficient, organization for achieving social ends; but almost all regard it as a necessary means for achieving the goals of mankind, a means to be ranged against the «private sector» and often winning in this competition of resources. With the rise of democracy, the identification of the State with society has been redoubled, until it is common to hear sentiments expressed which violate virtually every tenet of reason and common sense such as, «we are the government.» The useful collective term «we» has enabled an ideological camouflage to be thrown over the reality of political life. If «we are the government,» then anything a government does to an individual is not only just and untyrannical, but also «voluntary» on the part of the individual concerned. If the government has incurred a huge public debt which must be paid by taxing one group for the benefit of another, this reality of burden is obscured by saying that «we owe it to ourselves»; if the government conscripts a man, or throws him into jail for dissident opinion, then he is «doing it to himself» and, therefore, nothing untoward has occurred. Under this reasoning, any Jews murdered by the Nazi government were not murdered; instead, they must have «committed suicide,» since they were the government (which was democratically chosen), and, therefore, anything the government did to them was voluntary on their part. One would not think it necessary to belabor this point, and yet the overwhelming bulk of the people hold this fallacy to a greater or lesser degree. We must, therefore, emphasize that «we» are not the government; the government is not «us.» The government does not in any accurate sense «represent» the majority of the people. But, even if it did, even if 70 percent of the people decided to murder the remaining 30 percent, this would still be murder and would not be voluntary suicide on the part of the slaughtered minority. No organicist metaphor, no irrelevant bromide that «we are all part of one another,» must be permitted to obscure this basic fact.
If, then, the State is not «us,» if it is not «the human family» getting together to decide mutual problems, if it is not a lodge meeting or country club, what is it? Briefly, the State is that organization in society which attempts to maintain a monopoly of the use of force and violence in a given territorial area; in particular, it is the only organization in society that obtains its revenue not by voluntary contribution or pay ment for services rendered but by coercion. While other individuals or institutions obtain their income by production of goods and services and by the peaceful and voluntary sale of these goods and services to others, the State obtains its revenue by the use of compulsion; that is, by the use and the threat of the jailhouse and the bayonet. Having used force and violence to obtain its revenue, the State generally goes on to regulate and dictate the other actions of its individual subjects. One would think that simple observation of all States through history and over the globe would be proof enough of this assertion; but the miasma of myth has lain so long over State activity that elaboration is necessary.”
MURRAY NEWTON ROTHBARD, The Anatomy of the State, in ID., Egalitarianism as a Revolt Against Nature and Other Essays, with an Introduction by David Gordon, The Ludwig von Mises Institute, Auburn – Alabama 2000 (First Edition 1974), 3, ‘What the State Is Not’, pp. 55 – 57.

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