domenica 17 agosto 2014

Carlo Emilio Gadda. Le mal physique


“ La visita fu «coscienziosa». Il dottore palpò l’ingegnere a lungo, e anche a due mani, come a strizzarne fuori le budella: pareva una lavandaia inferocita sui panni, alla riva d’un goriello; poi, mollate le trippe, l’ascoltò un po’ per tutto saltellando in qua e in là con il capo e cioè con l’orecchio, pungendolo e vellicandolo con la barba. Poi gli mise lo stetoscopio sul cuore e sugli apici: per gli apici, sia davanti che dietro. Alternò l’auscultazione con la percussione digitale e digito-digitale, tanto i bronchi e i polmoni che, di nuovo, il ventre. Gli diceva: «si volti»: e di nuovo: «si rivolti». Nell’ascoltarlo dalla schiena quando era seduto sul letto e tutto inchinato in avanti, con il gonfio e le pieghe del ventre in mezzo ai femori, a crepapancia, e tra i ginocchi la faccia, la camicia arrovesciata al di sopra il capo come da un colpo di vento, oppure sdraiato bocconi, mezzo di sbieco, mutande e pantaloni senza più nesso, allora il dottore aveva l’aria di comunicargli per telefono i suoi desiderata; gli fece dire parecchie volte trentatré, trentatré; ancora trentatré. All’enunciare il qual numero l’ingegnere si prestò di buona grazia, col viso tra i ginocchi.
Con questo, la visita ebbe termine.
Dalla finestra aperta la luce della campagna; screziata di quella infinita crepidine.
Il malato si ricomponeva, sceso dal letto; la sua figura inutile si riprendeva da un oltraggio non motivato nelle cose; il dottore, con un tono un po’ mortificato, gli confessò che non riscontrava nulla di preoccupante: scosse il capo: nulla, assolutamente nulla. Prescrisse dei dadi di Sedobrol, dissoluti ognuno in una tazza d’acqua tepida, un paio di volte al giorno, lontano dai pasti. Acqua tepida… Già, proprio… Acqua, acqua. S’impazientí perché l’ingegnere gli fece un paio di domande come uno scemo; o era forse distratto. In una tazza da tè… ma già, già, naturale… ma sicuro… per modo da cavarne un bel brodino… sí, insomma… una tazza di brodo. Il bismuto, se credesse, poteva anche lasciarlo.
E le cicale, popolo dell’immenso di fuori, padrone della luce.
Il figlio ringraziò del suggerimento. Prese di mano del dottore il fogliolino col recipe, vi lesse in una guardata il poco scritto e l’intestazione col numero del telefono, lo depose sulla tavola ch’era di là dai letti, alla prima finestra; lo fermò con un piccolo poliedro terso, di cristallo molato, tutto luci. Pareva non aver dato alcuna importanza alla constatazione del medico né, oramai, alla cerimonia che l’aveva preceduta: anzi, al chiudere il giustacuore, d’essersi dimenticato del male. «Le mal physique», in questo caso: il male visibile.”
CARLO EMILIO GADDA (1893 – 1973), La cognizione del dolore, con un saggio di Gianfranco Contini (1963), Einaudi, Torino 1971 (I ed. 1963), Parte prima, III, pp. 67 – 69.

                       
                                      
      
Carlo Emilio Gadda, intervista (estratto) Sulla scena della vita di Ludovica Ripa di Meana e Gian Carlo Roscioni, 5 maggio 1972 Rai 1, ritrasmessa in Gli scrittori raccontano, a cura di Patrizio Barbaro, 25 maggio 1998 Rai 1 e ripresa da Venti anni prima, a cura di Ciro Giorgini, montaggio di Dario Cece, in Fuori Orario cose (mai) viste, di Enrico Ghezzi, Francesco Di Pace, Lorenzo Esposito, Stefano Francia di Celle, Donatello Fumarola, Ciro Giorgini, Marco Melani, Roberto Turigliatto, Fulvio Baglivi, 6 gennaio 2013, Rai 3.
                                 

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