giovedì 23 ottobre 2014

Gottfried Benn. L’antica società poggiava sulle ossa degli schiavi



La società antica poggiava sulle ossa degli schiavi; le consumava e al di sopra fioriva la città. Al di sopra, le bianche quadriche e i bennati con i nomi dei semidei: vittoria e forza e costrizione e il nome del grande mare; al di sotto, stridore: catene. Schiavi, tali erano i discendenti degli aborigeni, prigionieri di guerra, gente rapita e comprata, abitavano in stalle, stipati, molti in ceppi. Nessuno rifletteva su di loro, Platone e Aristotele vedono in loro esseri che stanno in basso, il nudo dato di fatto. Una forte importazione dall’Asia, l’ultimo giorno del mese c’era mercato, le carogne stavano in mostra, in cerchio. Il prezzo andava dalle due alle dieci mine, pur sempre dai dai cento a seicento marchi. Quelli che costavano meno erano gli schiavi da macina e da miniera. Il padre di Demostene aveva una fabbrica di acciaio, tenuta in attività per mezzo di schiavi; posto a base per ogni acquisto il prezzo suddetto, essa lavorava con un utile del ventitré per cento; un’altra sua fabbrica di lettiere, col trenta per cento. Ad Atene il rapporto fra cittadini e schiavi era di uno a quattro, centomila Elleni su quattrocentomila schiavi. A Corinto c’erano quattrocentosessantamila schiavi, ad Egina quattrocentosettantamila. Non potevano portare capelli lunghi, non avevano nomi, li si poteva dare in dono, in pegno, vendere, punire con bastoni, corregge, fruste, ceppi, collari uncinati, marchi a fuoco. L’assassinio di uno schiavo non veniva perseguito legalmente, al più c’era una blanda espiazione religiosa. Ogni anno venivano regolarmente picchiati senza motivo, fatti ubriacare per renderli ridicoli, erano senza onore per definizione, chi superava l’aspetto esteriore adeguato a uno schiavo veniva ucciso, e il suo proprietario punito per non averlo tenuto abbastanza in basso. Se divenivano troppo numerosi, si scatenava contro di loro l’assassinio notturno, contro quanti era necessario. A sparta in un momento critico della guerra del Peloponneso, i duemila più bravi e più avidi di libertà furono attirati fuori dalla città con un’astuzia e uccisi – sacrificando un grosso patrimonio. Faceva parte dell’educazione spartana anche l’appostare, di tempo in tempo, gli adolescenti sulle vie davanti alla città, in agguati dai quali dovevano uscire per assaltare e uccidere, la sera, schiavi e iloti che tornavano in ritardo; era educativo abituarsi al sangue e tenere esercitate già per tempo le mani. Grazie a questa divisione del lavoro sorse lo spazio per assalti e giochi, per le battaglie e le statue, lo spazio greco.
GOTTFRIED BENN (1888 – 1956), Mondo dorico. Indagine sui rapporti fra arte e potenza (1933), in ID., Lo smalto sul nulla (I ed. della raccolta 1959), a cura e trad. di Luciano Zagari, Adelphi, Milano 1992 (I ed.), II Essa poggiava sulle ossa degli schiavi, pp. 184 – 185.



Schiavi al lavoro in una cava d’argilla. Tavoletta di terracotta corinzia (VI sec. a.C.)

Die antike Gesellschaft ruhte auf den Knochen der Sklaven, sie schleifte sie ab, oben blühte die Stadt. Oben die weißen Viergespanne und die Gutgewachsenen mit den Namen der Halbgötter: Sieg und Gewalt und Zwang und den Namen der großen See, unten klirrte es: Ketten. Sklaven, das waren die Nachkommen der Ureinwohner, Kriegsgefangene, Geraubte und Gekaufte, sie wohnten in Ställen, zusammengepfercht, viele in Eisen. Niemand dachte über sie nach, Platon und Aristoteles sehen in ihnen tiefstehende Wesen, nackten Tatbestand. Starker Import aus Asien, am letzten Monatstag war Markt, die Kadaver standen im Ring zur Besichtigung. Der Preis war 2 bis 10 Minen, immerhin 100 bis 600 Mark. Am billigsten waren die Mühlsklaven und die Bergwerksklaven. Demosthene’s Vater hatte eine Stahlfabrik, betrieben mit Sklaven, obigen Preis pro Ankauf zugrunde gelegt, arbeitete sie mit 23 Prozent Nutzen, eine ihm gehörige Bettgestellfabrik mit 30 Prozent. In Athen war das Verhältnis von Bürgern zu Sklaven 1 zu 4, 100 000 Hellenen auf 400 000 Sklaven. In Korinth gab es 460 000 Sklaven, in Ägina 470 000. Sie durften kein langes Haar tragen, hatten keine Namen, man durfte sie verschenken, verpfänden, verkaufen, züchtigen mit Stöcken, Riemen, Peitschen, Fußblöcken, Halskrallen, Brandmarkung. Sklavenmord wurde nicht gerichtlich verfolgt, eventuell religiös milde gesühnt. Sie wurden regelmäßig jährlich durchgeprügelt ohne Ursache, betrunken gemacht, um sie lächerlich zu finden, waren schlechthin ehrlos, wenn einer das sklavenmäßige Aussehen überragte, wurde er getötet und sein Besitzer bestraft, weil er ihn nicht unten gehalten hatte. Wenn ihrer zu viele wurden, ließ man den nächtlichen Mord gegen sie los, gegen so viele als zweckmäßig war. In einem kritischen Augenblick des Peleponnesischen Krieges lockte man in Sparta durch eine List die 2000 tüchtigsten und freiheitsbegierigsten hervor und brachte sie um – ein großes Vermögensopfer. Dort gehörte es auch zur Erziehung, von Zeit zu Zeit die heranwachsenden Knaben auf den Wegen vor der Stadt in Hinterhalte die legen, von wo aus sie am Abend verspätet heimkehrende Sklaven und Heloten überfallen und töten mußten, es war erzieherisch sich an Blut zu gewöhnen und von früh an seine Hände geübt zu haben. Durch diese Arbeitsteilung entstand der Raum für Waffengänge und Spiele, für die Schlachten und die Statuen, der griechische Raum.
GOTTFRIED BENN, Dorische Welt. Eine Untersuchung über die Beziehung von Kunst und Macht (1933), in ID. Gesammelte Werke, herausgegeben von Dieter Wellershoff, Limes Verlag, München 1959, vier Bänden, Band I Essays, Reden, Vorträge, II Sie ruhte auf den Knochen der Sklaven, S. 269 – 270.

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