domenica 26 ottobre 2014

Johann Wolfgang Goethe. Una storia rara di Wahlheim, che sempre produce di queste rarità

Joseph Karl Stieler (1781 – 1858), Johann Wolfgang von Goethe (1828), acquerello e matita su gesso colorato con lumeggiature bianche, 36.3 x 27.9. Bayerishen Staatsgemäldesammlungen, Monaco di Baviera.

Come al solito, racconterò male e, come al solito, tu crederai che io esageri; una volta di più è Wahlheim, e sempre Wahlheim che produce di queste rarità.
Fuori, sotto i tigli, aveva preso posto una compagnia di gente che prendeva il caffè, e poiché non mi garbava molto, con un pretesto mi ritirai.
Un giovane contadino uscì da una delle case vicine e prese ad armeggiare intorno all’aratro che qualche giorno prima avevo disegnato. Poiché il giovane mi era simpatico, gli rivolsi la parola, gli domandai come viveva e presto facemmo conoscenza, e come di solito mi accade con persone di questo stampo, diventammo presto amici. Mi raccontò di essere a servizio da una vedova, che lo trattava molto bene. Parlò tanto di lei e tanto la lodò, che presto mi accorsi che le era devoto anima e corpo. La donna non era più giovane, mi disse, e il suo primo marito l’aveva trattata molto male, così che non voleva risposarsi; e dal suo modo di raccontare appariva assai chiaro quanto essa fosse bella e affascinante ai suoi occhi e quanto egli desiderasse di essere scelto da lei, per poter cancellare il ricordo delle manchevolezze del primo marito, così che dovrei ripeterti parola per parola il suo discorso per darti una chiara immagine del puro affetto, dell’amore e della devozione di quell’uomo. Sì, dovrei possedere il dono del grande poeta per poterti rappresentare in modo vivo e reale l’espressività dei suoi gesti e insieme l’armonia della sua voce, il fuoco segreto dei suoi sguardi. No, non vi sono parole che esprimano la tenerezza ch’era nella sua espressione, in tutto il suo essere; ciò che potrei ripetere risulterebbe soltanto goffo e impacciato. Mi commosse in modo particolare come egli temeva ch’io potessi fraintendere i suoi rapporti con lei e dubitare della sua condotta. E l’incanto nasceva dal suo modo di parlare di lei, della sua figura, del suo corpo, che pur senza seduzioni giovanili tanto lo attraeva e lo teneva avvinto, è qualcosa che posso rievocare solo nel mio intimo. Mai in vita mia avevo visto una passione così ardente, un così intenso desiderio in una tale purezza, anzi, devo dire in una simile purezza non li avevo mai visti né sognati. Non rimproverarmi se ti dico che il mio spirito si accende al ricordo di tanta innocenza e verità, e che l’immagine di tanta fedeltà e tenerezza mi perseguita ovunque, tanto che io stesso ne sono acceso e spasimo e mi struggo.
Ora voglio tentare di conoscere al più presto anche lei, o piuttosto, se meglio ci penso, eviterò di incontrarla. È meglio che continui a vederla con gli occhi del suo innamorato; forse non mi apparirebbe come la vedo ora, e perché dovrei sciupare una così bella immagine?
JOHANN WOLGANG GOETHE (1749 – 1832), I dolori del giovane Wherter (1774), trad. di Amina Pandolfi, Bompiani, Milano 1987, Libro primo, 30 maggio, pp. 19 – 20.



Caspar David Friedrich (1774 – 1840), Donna al tramonto del sole (Frau vor der untergehenden Sonne 1818 ca.), olio su tela, 22 x 30.5. Museum Folkwang, Essen.

Ich werde, wie gewöhnlich, schlecht erzählen, und du wirst mich, wie gewöhnlich, denk' ich, übertrieben finden; es ist wieder Wahlheim, und immer Wahlheim, das diese Seltenheiten hervorbringt.
Es war eine Gesellschaft draußen unter den Linden, Kaffee zu trinken. Weil sie mir nicht ganz anstand, so blieb ich unter einem Vorwande zurück.
Ein Bauerbursch kam aus einem benachbarten Hause und beschäftigte sich, an dem Pfluge, den ich neulich gezeichnet hatte, etwas zurecht zu machen. Da mir sein Wesen gefiel, redete ich ihn an, fragte nach seinen Umständen, wir waren bald bekannt und, wie mir's gewöhnlich mit dieser Art Leuten geht, bald vertraut. Er erzählte mir, daß er bei einer Witwe in Diensten sei und von ihr gar wohl gehalten werde. Er sprach so vieles von ihr und lobte sie dergestalt, daß ich bald merken konnte, er sei ihr mit Leib und Seele zugetan. Sie sei nicht mehr jung, sagte er, sie sei von ihrem ersten Mann übel gehalten worden, wolle nicht mehr heiraten, und aus seiner Erzählung leuchtete so merklich hervor, wie schön, wie reizend sie für ihn sei, wie sehr er wünsche, daß sie ihn wählen möchte, um das Andenken der Fehler ihres ersten Mannes auszulöschen, daß ich Wort für Wort wiederholen müßte, um dir die reine Neigung, die Liebe und Treue dieses Menschen anschaulich zu machen. Ja, ich müßte die Gabe des größten Dichters besitzen, um dir zugleich den Ausdruck seiner Gebärden, die Harmonie seiner Stimme, das heimliche Feuer seiner Blicke lebendig darstellen zu können. Nein, es sprechen keine Worte die Zartheit aus, die in seinem ganzen Wesen und Ausdruck war; es ist alles nur plump, was ich wieder vorbringen könnte. Besonders rührte mich, wie er fürchtete, ich möchte über sein Verhältnis zu ihr ungleich denken und an ihrer guten Aufführung zweifeln. Wie reizend es war, wenn er von ihrer[18] Gestalt, von ihrem Körper sprach, der ihn ohne jugendliche Reize gewaltsam an sich zog und fesselte, kann ich mir nur in meiner innersten Seele wiederholen. Ich hab' in meinem Leben die dringende Begierde und das heiße, sehnliche Verlangen nicht in dieser Reinheit gesehen, ja wohl kann ich sagen, in dieser Reinheit nicht gedacht und geträumt. Schelte mich nicht, wenn ich dir sage, daß bei der Erinnerung dieser Unschuld und Wahrheit mir die innerste Seele glüht, und daß mich das Bild dieser Treue und Zärtlichkeit überall verfolgt, und daß ich, wie selbst davon entzündet, lechze und schmachte.
Ich will nun suchen, auch sie ehstens zu sehn, oder vielmehr, wenn ich's recht bedenke, ich will's vermeiden. Es ist besser, ich sehe sie durch die Augen ihres Liebhabers; vielleicht erscheint sie mir vor meinen eigenen Augen nicht so, wie sie jetzt vor mir steht, und warum soll ich mir das schöne Bild verderben?
JOHANN WOLGANG GOETHE, Die Leiden des jungen Werther (Weygand, Leipzig 1774), in Goethes Werke, Hamburger Ausgabe, Wegner, Hamburg 1948, in 14 Bänden, Band VI, Erstes Buch, Am 30. Mai., S. 17 – 18.

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