domenica 12 aprile 2015

Luigi Pirandello. Intuizione e arte. Contro Benedetto Croce


Pone [il Croce] l’equazione: intuizione = espressione. «Ogni vera intuizione e rappresentazione è, insieme, espressione. Ciò che non si oggettiva in un’espressione non è intuizione o rappresentazione, ma sensazione e naturalità. L’attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime... Come possiamo intuir davvero una figura geometrica se non ne abbiamo così netta l’immagine da essere in grado di tracciarla immediatamente sulla carta o sulla lavagna? Come possiamo intuir davvero il contorno di un paese, per esempio dell’isola di Sicilia, se non siamo in grado di disegnarlo così come lo vediamo in tutti i suoi meandri?» Ebbene, non è meccanismo questo? La rappresentazione e la conseguente espressione come qualcosa di fisso, d’immutabile. «Il pittore è pittore perché vede ciò che altri sente solo o intravede, ma non vede. Un sorriso crediamo di vederlo, ma in realtà ne abbiamo solo la vaga impressione, non ne scorgiamo i tratti caratteristici da cui risulta, come, dopo averci lavorato intorno, li scorge il pittore che perciò può fermarlo sulla tela». Non è meccanismo questo? Questione di più e meno: se noi intuissimo nella misura con cui intuisce il pittore, scorgeremmo i tratti caratteristici del sorriso, e li esprimeremmo così tali e quali, come se fossero davvero nel sorriso quei tratti caratteristici! E per questo appunto il Croce può dire che dalle qualità del contenuto alle qualità della forma non vi è passaggio e che ogni espressione esclude le altre.
Meccanismo, dunque, fissità, necessità, differenza quantitativa: tutti i caratteri del fatto fisico, ch’egli trasporta al fatto spirituale, teorico, cioè astratto.
Se da questo fatto teorico, astratto, scendiamo al concreto, e poniamo otto pittori ugualmente bravi a ritrarre su la tela qualcuno che sorrida, tutti e otto esprimeranno diversamente quel sorriso. Sì, si proverà a rispondere il Croce, perché ciascuno esprimerà la propria impressione, il proprio contenuto: in questo senso ho detto che dalle qualità del contenuto alle qualità della forma non vi è passaggio e che ogni espressione esclude le altre, cioè relativamente alla impressione.
– Oh bravo! Ma che cosa ha dato un modo d’essere, una qualità al contenuto? che cosa ha reso diverse le singole impressioni? Proprio quegli elementi soggettivi della coscienza, ch’egli ha esclusi, dicendo che l’arte è conoscenza e non appartiene al sentimento e alla materia psichica.
E non si può dire veramente che il problema non gli si sia nemmeno affacciato: egli lo discute, e dice proprio così: «Si è pensato talvolta che il contenuto, per essere contenuto estetico, ossia trasformabile in forma, dovesse avere alcune qualità determinate o determinabili. Ma, se ciò fosse, la forma sarebbe un fatto medesimo col contenuto, l’espressione con l’impressione. Il contenuto è, Sì, il trasformabile in forma, ma finché non si sia trasformato, non ha qualità determinabile: noi non ne sappiamo nulla. Esso diventa contenuto estetico non prima, ma solo quando si è effettivamente trasformato».
Ora, ragioniamo un po’. Se il contenuto prima di diventar forma non ha qualità determinate o determinabili, vuol dire che le qualità di esso si possono determinare dalla forma, non già che non abbia qualità: la forma anzi – viene a dire il Croce – è determinata dalla qualità del contenuto; date espressioni, date impressioni: da una qualità all’altra non vi è passaggio. Orbene, ammettendo questo e anche restringendo l’arte, come fa il Croce, a questa forma ch’è oggettivazione meccanica delle qualità del contenuto, essa non sarà più semplice conoscenza, in quanto che la forma implica inevitabilmente già il modo d’essere e la qualità del contenuto, se non vuol essere un’astrazione. Ma questa qualità del contenuto non ha per sé, in arte, alcun valore e non ne ha dunque neanche la forma che la determina con la ferrea legge dell’equivalenza di causa ed effetto, perché l’arte non consiste in questa oggettivazione meccanica della qualità del contenuto, ma nella interpretazione soggettiva di queste qualità determinate dalla forma, come il Croce la intende, cioè oggettivate dall’intuizione.
L’arte dunque non è semplice conoscenza. La forma di cui egli parla è oggettivazione meccanica, fissa, immutabile, proprio quella che in arte non ha alcun valore; l’intuizione che non è ridivenuta sentimento e impulso. E tutta la teoria estetica del Croce crolla.
Stimo perciò inutile rilevare le conseguenze inaudite a cui egli è trascinato dal procedimento logico della sua astrazione.
Il fatto estetico non può consistere nel meccanismo dell’equazione posta da lui a fondamento della sua Estetica. Molti hanno accolto questa equazione, perché non han compreso veramente che cosa il Croce intendesse per intuizione e che per espressione. Quando noi abbiamo considerato nella nostra coscienza le percezioni e le rappresentazioni della memoria, le idee, i concetti, insomma le forme varie della conoscenza, e dall’altro canto i sentimenti, gli impulsi, desiderii, risoluzioni, insomma le forme varie della parte soggettiva della coscienza, senz’alcuna priorità dell’una forma su l’altra, ma questi e quegli elementi in intima connessione e in continua azione reciproca, non avremo neanche allora il fatto estetico, ma solamente e semplicemente il fatto psichico, comune.
Perché il fatto estetico avvenga, bisogna che si abbia non la espressione, la forma astratta, meccanica, oggettiva della intuizione, ma la soggettivazione di essa; perché il fatto estetico avvenga, bisogna, in altri termini, che l’intuizione non sia l’impressione formata astrattamente, meccanicamente, oggettivamente, ma la forma concreta, libera e soggettiva d’una impressione.
Questa concretezza, questa libertà, questa soggettività – può domandarci il Croce – non sono già nella intuizione, conoscenza dell’individuale? No, gli rispondiamo noi, perché, finché c’è semplice: conoscenza, non ci può esser altro che astrazione: cioè la forma astratta, oggettiva, meccanica dell’individuale. Perché sia concreta, libera, soggettiva, questa forma dell’individuale bisogna che cessi d’esser semplice conoscenza e ridiventi sentimento e impulso: non la forma d’una impressione individuale, ma la forma individuale d’una impressione.


LUIGI PIRANDELLO (1867 – 1936), Arte e scienza (W. Modes Libraio-Editore, Roma 1908, rielaborazione del precedente Scienza e critica estetica, in «Il Marzocco», Angiolo Orvieto, Tip. L. Franceschini, Firenze, Anno V, N. 26 1 luglio 1900) in Id., L’umorismo e altri saggi, a cura e introduzione di Enrico Ghidetti, Giunti, Firenze 1994 (I ed.), Parte seconda, pp. 160 – 162.



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