domenica 4 ottobre 2015

Virginia Woolf. In ognuno di noi presiedono due forze, una maschile e una femminile



Niente veniva giù per la strada; non passava nessuno. Solo una foglia si staccò dal platano in fondo alla strada, e in quella pausa e quella sospensione, cadde. Era in un certo senso come una caduta esemplare, il segnale di una forza nelle cose che era stata trascurata. Sembrava indicare un fiume che scorreva invisibile oltre l’angolo, giù per la strada, e portava via le persone in turbini vorticosi, come il fiume a Oxbridge aveva portato via lo studente con la sua barca, e le foglie morte. Ora il fiume portava da un lato all’altro della strada, diagonalmente, una ragazza dagli stivali di vernice, e poi un giovane con un cappotto marrone; stava anche portando un tassì; e li portò, tutti e tre insieme, proprio sotto la mia finestra; dove il tassì si fermò; e la ragazza e il giovane si fermarono; ed entrarono nel tassì; e poi la macchina scivolò via come se fosse spinta altrove dalla corrente.
  Lo spettacolo era piuttosto comune; quello che era strano era l’ordine ritmico di cui la mia immaginazione lo aveva investito; e il fatto che il comune spettacolo di due persone che entrano in un tassì avesse il potere di comunicare qualcosa della loro apparente soddisfazione. Vedere due persone che vengono giù per la strada e si incontrano all’angolo, sembra alleviare la mente di una certa tensione, pensavo, mentre guardavo il tassì voltare e scomparire. Forse è uno sforzo pensare, come avevo pensato in questi due giorni, ad un sesso come distinto dall’altro. Interferisce con l’unità della mente. Ora quello sforzo era finito e quell’unità era stata ristabilita per il fatto di aver visto due persone arrivare insieme e salire su un tassì. La mente è certamente un organo molto misterioso, riflettevo, allontanandomi dalla finestra, di cui non sappiamo assolutamente niente, sebbene dipendiamo così totalmente da essa. Perché sento che ci sono separazioni ed opposizioni nella mente, così come ci sono lacerazioni, per ragioni evidenti, nel corpo? Cosa vuol dire «l’unità della mente»? - riflettevo - perché è chiaro che la mente ha un così grande potere di concentrazione in qualunque punto, in qualunque momento, che non sembra avere una sola esistenza. Può separarsi dalla gente per strada, per esempio, e immaginarsi come lontana da essa, come se la guardasse dall’alto di una finestra. Oppure può pensare spontaneamente insieme agli altri, come, per esempio, in mezzo alla folla che aspetta la lettura di qualche notizia. Può pensare al passato attraverso i suoi antenati o le sue antenate, come ho detto che una donna che scrive pensa al passato attraverso sua madre e la madre di sua madre. Inoltre se si è una donna, ci si sorprende spesso di un improvviso scindersi della coscienza, quando si percorre, ad esempio, Whitehall, e dall’essere la naturale erede di quella civiltà, ella, al contrario, diventa ad essa estranea e pronta alla critica. È chiaro che la mente cambia sempre fuoco, e pone il mondo in prospettive diverse. Ma alcuni di questi stati d’animo, anche se adottati spontaneamente, sembrano essere meno confortevoli di altri. Per riuscire a perseverare in essi, dobbiamo reprimere inconsciamente qualcosa, e gradualmente la repressione diventa uno sforzo. Ma ci può anche essere qualche stato d’animo in cui si potrebbe rimanere senza sforzo, perché non è necessario reprimere niente. E questo forse, pensavo, allontanandomi ancora un po’ dalla finestra, è uno di quelli. Perché certamente quando ho visto la coppia salire sul tassì, la mente ha sentito come se, dopo essere stata a lungo divisa, si fosse ricomposta in una fusione naturale. La ragione più ovvia sarebbe che è naturale che i due sessi cooperino. C’è in noi un profondo, benché irrazionale, istinto a favore della teoria secondo la quale l’unione dell’uomo e della donna promuove la massima soddisfazione, la felicità più completa. Ma vedere quelle due persone salire sul tassì, e l’appagamento che ciò mi ha dato, mi ha anche portata a chiedermi se ci sono due sessi nella mente corrispondenti ai due sessi nel corpo, e se anche questi hanno bisogno di essere uniti per ottenere la soddisfazione e la felicità più complete. E mi misi poi ad abbozzare, da dilettante, uno schema dell’anima in modo che in ognuno di noi presiedano due forze, una maschile e una femminile, e nel cervello dell’uomo l’uomo predomina sulla donna, e nel cervello della donna la donna predomina sull’uomo. La condizione normale e più piacevole è quella in cui le due forze vivono insieme in armonia, cooperando spiritualmente. Nell’uomo la parte femminile del cervello deve pure avere la sua influenza; e anche la donna deve essere in contatto con l’uomo che è in lei. Forse Coleridge voleva dire questo quando affermò che una grande mente è androgina. Ed è proprio quando ha luogo questa fusione che la mente diventa pienamente fertile e può fare uso di tutte le sue facoltà. Forse una mente che è puramente maschile non riesce a creare, allo stesso modo di una mente che è puramente femminile, pensavo.


VIRGINIA WOOLF (1882 – 1941), Una stanza tutta per sé (Il saggio si basa su due conferenze tenute nel 1928 all’Università di Cambridge, la prima al Newnham College, la seconda all’«Odtaa (One Damn Thing After Another) Society» presso il Girton College. I ed. 1929), traduzione, introduzione e cura di Graziella Mistrulli, Guaraldi, Rimini 1995 (I ed.), VI, pp. 119 – 121.





Nothing came down the street; nobody passed. A single leaf detached itself from the plane tree at the end of the street, and in that pause and suspension fell. Somehow it was like a signal falling, a signal pointing to a force in things which one had overlooked. It seemed to point to a river, which flowed past, invisibly, round the corner, down the street, and took people and eddied them along, as the stream at Oxbridge had taken the undergraduate in his boat and the dead leaves. Now it was bringing from one side of the street to the other diagonally a girl in patent leather boots, and then a young man in a maroon overcoat; it was also bringing a taxi-cab; and it brought all three together at a point directly beneath my window; where the taxi stopped; and the girl and the young man stopped; and they got into the taxi; and then the cab glided off as if it were swept on by the current elsewhere.
The sight was ordinary enough; what was strange was the rhythmical order with which my imagination had invested it; and the fact that the ordinary sight of two people getting into a cab had the power to communicate something of their own seeming satisfaction. The sight of two people coming down the street and meeting at the corner seems to ease the mind of some strain, I thought, watching the taxi turn and make off. Perhaps to think, as I had been thinking these two days, of one sex as distinct from the other is an effort. It interferes with the unity of the mind. Now that effort had ceased and that unity had been restored by seeing two people come together and get into a taxi-cab. The mind is certainly a very mysterious organ, I reflected, drawing my head in from the window, about which nothing whatever is known, though we depend upon it so completely. Why do I feel that there are severances and oppositions in the mind, as there are strains from obvious causes on the body? What does one mean by ‘the unity of the mind’?, I pondered, for clearly the mind has so great a power of concentrating at any point at any moment that it seems to have no single state of being. It can separate itself from the people in the street, for example, and think of itself as apart from them, at an upper window looking down on them. Or it can think with other people spontaneously, as, for instance, in a crowd waiting to hear some piece of news read out. It can think back through its fathers or through its mothers, as I have said that a woman writing thinks back through her mothers. Again if one is a woman one is often surprised by a sudden splitting off of consciousness, say in walking down Whitehall, when from being the natural inheritor of that civilization, she becomes, on the contrary, outside of it, alien and critical. Clearly the mind is always altering its focus, and bringing the world into different perspectives. But some of these states of mind seem, even if adopted spontaneously, to be less comfortable than others. In order to keep oneself continuing in them one is unconsciously holding something back, and gradually the repression becomes an effort. But there may be some state of mind in which one could continue without effort because nothing is required to be held back. And this perhaps, I thought, coming in from the window, is one of them. For certainly when I saw the couple get into the taxi-cab the mind felt as if, after being divided, it had come together again in a natural fusion. The obvious reason would be that it is natural for the sexes to cooperate. One has a profound, if irrational, instinct in favour of the theory that the union of man and woman makes for the greatest satisfaction, the most complete happiness. But the sight of the two people getting into the taxi and the satisfaction it gave me made me also ask whether there are two sexes in the mind corresponding to the two sexes in the body, and whether they also require to be united in order to get complete satisfaction and happiness? And I went on amateurishly to sketch a plan of the soul so that in each of us two powers preside, one male, one female; and in the man’s brain the man predominates over the woman, and in the woman’s brain the woman predominates over the man. The normal and comfortable state of being is that when the two live in harmony together, spiritually cooperating. If one is a man, still the woman part of the brain must have effect; and a woman also must have intercourse with the man in her. Coleridge perhaps meant this when he said that a great mind is androgynous. It is when this fusion takes place that the mind is fully fertilized and uses all its faculties. Perhaps a mind that is purely masculine cannot create, any more than a mind that is purely feminine, I thought.


VIRGINIA WOOLF, A Room of One’s Own*, [* This essay is based upon two papers read to the Arts Society at Newnham and the Odtaa (One Damn Thing After Another) Society at Girton in October 1928. The papers were too long to be read in full, and have since been altered and expanded]. Grafton, London 1977 (I ed. The Hogarth Press, London 1929), 6, pp. 104 – 106. 

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