giovedì 31 marzo 2016

Yukio Mishima. Confessioni di una maschera. Una maschera intesa a celare l'autentico desiderio



Oltre alla cupa irritazione che sempre mi minacciava quand’ero solo, il dolore che aveva scosso a tal punto le fondamenta della mia esistenza al mattino, quando avevo visto Sonoko, si ravvivava adesso nel mio cuore piú lancinante che mai. Proclamava che ogni parola da me pronunciata e ogni gesto da me compiuto durante il giorno erano stati falsi: in seguito alla scoperta che mi riusciva meno penoso riconoscere la falsità di una cosa nel suo tutto che non torturarmi nel dubbio su quale sua parte potesse essere vera e quale falsa, ero già andato familiarizzandomi a grado a grado con questo sistema di mascherare intenzionalmente la mia falsità di fronte a me stesso. E perfino mentre giacevo a letto immerso nei miei pensieri, la mia tenace inquietudine in materia di ciò che chiamavo la condizione basilare per appartenere al genere umano, in materia di ciò che chiamavo l’effettiva psicologia umana, non faceva altro che spingermi a deambulare in circoli perpetui d’introspezione.
Quali sentimenti proverei se fossi un altro ragazzo? Quali sentimenti proverei se fossi una persona normale? Fui ossessionato da queste da queste domande. Mi torturarono, distruggendo istantaneamente e radicalmente perfino quell’unico frammento di felicità che avevo creduto di posseder per certo.
A lungo andare la “recita” è diventata una parte integrante delle mia natura, riconobbi fra me. Non è piú una recita. La consapevolezza con cui continuo a camuffarmi da individuo normale ha corroso addirittura quel minimo di normalità che magari possedevo in origine, e ha finito così col farmi dire e ridire a me stesso che anche questa era una semplice parvenza di normalità. In altre parole, sto diventando una di quelle persone incapaci di credere a nulla che non sia contraffatto. Ma se questo è vero, allora il mio tentativo di voler considerare una mera contraffazione l’attrattiva esercitata da Sonoko su me potrebbe non esser altro che una maschera intesa a celare il mio autentico desiderio di credermi sinceramente innamorato di lei. E quindi forse sto diventando una di quelle persone incapaci di agire contrariamente alla loro natura genuina, e forse l’amo sul serio…

YUKIO MISHIMA (1925 – 1970), Confessioni di una maschera (Kamen No Kokuhaku, Kawade Shobo Shinsha, Tokyo 1949), traduzione dalla prima edizione americana (Confession of a Mask, New Directions, New York 1958) di Marcella Bonsanti, Feltrinelli, Milano 1969 (I ed.), Capitolo terzo, pp. 135 – 136.


Copertina della prima edizione originale




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