giovedì 12 maggio 2016

Mario Vargas Llosa. Nutriva un rancore segreto contro la politica


Non avrebbe permesso che resuscitasse ancora quella mostruosa storia in cui erano naufragati i suoi beni, il suo potere politico, sua moglie. – Solo lei importa, – mormorò. Sí, a ogni altra perdita avrebbe potuto rassegnarsi. Per quanto gli rimaneva da vivere – dieci, quindici anni? – aveva di che mantenere il livello di vita cui era abituato. Non importava se finiva con lui: c’erano forse eredi della cui sorte preoccuparsi? E quanto al potere politico, in fondo si rallegrava di essersi scrollato quel peso di dosso. La politica era stata un’impresa che si era imposto per carenza degli altri, per l’eccessiva stupidaggine, negligenza o corruzione degli altri, non per vocazione interiore: l’aveva sempre infastidito, tediato, gli aveva sempre fatto l’effetto di un’incombenza insulsa e deprimente, perché rivelava piú di ogni altra le miserie umane. Inoltre, nutriva un rancore segreto contro la politica, incombenza assorbente cui aveva sacrificato quella disposizione scientifica che aveva sentito fin da bambino, quando collezionava farfalle e faceva erbari. La tragedia alla quale non si sarebbe mai abituato era Estela. La colpa di quanto era accaduto a Estela era di Canudos*, di quella storia stupida, incomprensibile, di gente ostinata, cieca, di fanatismi divergenti. Aveva tagliato col mondo, e non intendeva piú riannodare i vincoli. Nulla né nessuno gli avrebbe ricordato quell’episodio. «Farò sí che gli diano lavoro al giornale, – pensò. – Correttore di bozze, addetto alla cronaca giudiziaria, qualcosa di mediocre che corrisponda a quello che lui è. Ma non lo riceverò né ascolterò piú. E se scrive quel libro su Canudos, che naturalmente non scriverà, non lo leggerò».
Andò al portaliquori e si serví un bicchiere di cognac. Mentre riscaldava il liquido nel palmo della mano, seduto sulla poltrona di cuoio da cui aveva diretto un quarto di secolo di vita politica di Bahia, il barone Canabrava ascoltò l’armoniosa sinfonia dei grilli nel giardino, cui faceva eco, a tratti, lo stonato coro di qualche rana. Che cosa lo inquietava tanto? Che cosa gli suscitava quell’impazienza, quel solletichio nel corpo, come se stesse dimenticando qualcosa di urgentissimo, come se in questi secondi stesse succedendo qualcosa di irrevocabile e di decisivo nella sua vita? Canudos, ancora?

* [Insediamento nello Stato di Bahia costituitosi in comunità religiosa, con a capo Antônio Conselheiro, che rifiutò l’autorità della neonata Repubblica Brasiliana. Fra il 1896 e il 1897, la Repubblica intervenne più volte per reprimere militarmente l’insurrezione. Alla fine, Canudos fu ridotta in macerie e i suoi abitanti, circa quarantamila, massacrati]


MARIO VARGAS LLOSA (1936, Premio Nobel per la letteratura 2010), La guerra della fine del mondo (1981), traduzione e postfsazione Storia di una dedica di Angelo Morino, Einaudi 1983 (I ed.), Quattro, VI., pp. 552 – 553. 




No permitiría que volviera a resucitar esa monstruosa historia en la que habían naufragado sus bienes, su poder político, su mujer. «Sólo ella importa», murmuró. Sí, a todas las otras pérdidas hubiera podido resignarse. Para lo que le quedaba por vivir —¿diez, quince años? — tenía como mantener el régimen de vida a que estaba acostumbrado. No importaba que éste acabara con él: ¿acaso había herederos por cuya suerte inquietarse? Y en cuanto al poder político, en el fondo se alegraba de haberse sacado ese peso de encima. La política había sido una carga que se impuso por carencia de los demás, por la excesiva estupidez, negligencia o corrupción de los otros, no por vocación íntima: siempre le había fastidiado, aburrido, hecho el efecto de un quehacer insulso y deprimente, pues revelaba mejor que ningún otro las miserias humanas. Además, tenía un rencor secreto contra la política, quehacer absorbente al que había sacrificado esa disposición científica que había sentido desde niño, cuando coleccionaba mariposas y hacía herbarios. La tragedia a la que nunca se conformaría era Estela. Había sido Canudos, esa historia estúpida, incomprensible, de gentes obstinadas, ciegas, de fanatismos encontrados, el culpable de lo ocurrido con Estela. Había cortado con el mundo y no restablecería las amarras. Nada ni nadie le recordaría ese episodio. «Haré que le den trabajo en el periódico —pensó—. Corrector de pruebas, cronista judicial, algo mediocre como corresponde a lo que es. Pero no lo recibiré ni escucharé más. Y si escribe ese libro sobre Canudos, que por supuesto no escribirá, tampoco loleeré.»
Fue hasta la licorera y se sirvió una copa de cognac. Mientras calentaba la bebida en la palma de su mano, sentado en el confortable de cuero, desde el que había orientado un cuarto de siglo de vida política de Bahía, el Barón de Cañabrava escuchó la armoniosa sinfonía de los grillos de la huerta, a la que hacía eco, a ratos, el desafinado coro de unas ranas. ¿Qué lo desasosegaba así? ¿Qué le producía esa impaciencia, ese cosquilleo en el cuerpo, como si estuviera olvidando algo urgentísimo, como si en estos segundos fuera a ocurrir algo irrevocable y decisivo en su vida? ¿Canudos, todavía?

MARIO VARGAS LLOSA, La guerra del fin del mundo (Plaza & Janés, Barcelona 1981), estudio introductorio y bibliografia José Miguel Oviedo, cronologia María Del Carmen Ghezzi y José Miguel Oviedo, Biblioteca Ayacucho, Caracas 1991, Cuatro, VI., pp. 450 – 451.                                                          

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