giovedì 30 giugno 2016

Gabriele d’Annunzio. La carne, la carne, questa cosa bruta


Pingue, sanguigno, possente, quell’uomo pareva emanare dalle sue membra un perpetuo calore di vitalità carnale. Le mascelle assai grosse; la bocca tumida e imperiosa, piena d’un soffio veemente; gli occhi torbidi e un po’ biechi; il naso grande, palpitante, sparso di rossore; tutte le linee del volto portavano l’impronta della violenza e della durezza. Ogni gesto, ogni attitudine aveva l’impeto d’uno sforzo, come se la musculatura di quel gran corpo fosse in continua lotta con l’adipe ingombrante. La carne, la carne, questa cosa bruta, piena di vene, di nervi, di tendini, di glandule, d’ossa, piena di istinti e di bisogni; la carne che suda e che dà lezzo; la carne che si difforma, che s’ammala, che si piaga, che si copre di calli, di grinze, di pustole, di porri, di peli; questa cosa bruta, la carne, prosperava in quell’uomo con una specie di impudenza, dando al delicato vicino una impressione quasi di ribrezzo.


GABRIELE D’ANNUNZIO (1863 – 1938), Trionfo della morte (1889-1894, I ed. in volume Treves, Milano 1894), con una cronologia della vita dell’Autore e dei suoi tempi, un’introduzione all’opera, un’antologia critica e una bibliografia a cura di Giansiro Ferrata, Mondadori 1976 (I ed. 1940), Libro secondo La casa paterna, III, p. 124.















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