giovedì 28 luglio 2016

Nadine Gordimer. La violenza e lo scrittore



Johannesburg, 15 maggio 1998

Caro Kenzaburō,
so bene come ci si possa sentire impotenti di fronte alla banalizzazione della violenza, all’incapacità di percepire il dolore degli altri e alla superficiale volontà di infliggerlo, tutte le realtà del mondo in cui viviamo. Noi diamo scrittori, non politici, e in quanto ex militanti politici ci troviamo sempre in mezzo a persone meglio preparate di noi per svolgere quel ruolo. I nostri scritti sono il “gesto essenziale” (cito ancora Roland Barthes, come ho fatto per il titolo di un mio libro)³ tramite il quale perveniamo ad afferrare la mano della nostra società. Ma la vocazione della letteratura sembra così distante dalla violenza da allontanare la nostra mano tesa. Eppure la violenza è anche un mezzo di espressione. Questo è ciò che lei e io siamo arrivati a riconoscere. È il modo in cui si esprime la moderna società urbana. Se esiste un metodo che, come scrittori, ci consenta di adoperarci efficacemente per cambiare la situazione, può essere solo quello di contrastarla offrendo un’alternativa, ciò che lei definisce un mezzo “sufficientemente espressivo da sollecitare l’immaginazione quando si tratta di morte, violenza e dolore”. 
“L’immaginazione è stata intorpidita.” Ha ragione. Il nostro compito, che ci è stato affidato come un pesante fardello in ragione del nostro talento, qualunque esso sia, è cercare di farla rivivere. Noi abbiamo quell’invisibile cerchio di gesso intorno all’occhio che il grande scrittore nigeriano Chinua Achebe definisce il segno della mente creativa di chi sa che l’immaginazione ha il potere di arricchire la vita. Se la violenza è un mezzo di espressione, esiste un’alternativa per soddisfare l’urgente necessità umana di esprimersi. Qui sta il terreno comuno in quella che sembra essere la tragica terra di nessuno dello spirito impoverito, la terra incolta che separa due elementi inconciliabili: la violenza e lo scrittore.

³ N. Gordimer, The Essential Gesture: Writings, Politics And Places; trad. it. Di F. Cavagnoli, Vivere nell’interregno, Feltrinelli, Milano 1990. L’espressione è tratta da R. Barthes, Il grado zero della scrittura, trad. it di G. Bartolucci, Einaudi, Torino 1982. [N.d.T.]


 NADINE GORDIMER (1923 – 2014), Vivere nella speranza e nella storia. Note dal nostro secolo (1999), traduzione di Maria Luisa Cantarelli, Feltrinelli, Milano 1999, Prima parte Uno scambio: Kenzaburō Ōe, Nadine Gordimer, pp. 95 – 96.



Johannesburg, 15th May 1998

Dear Kenzaburo,
I know so well your sense of helplessness before the banalisation of violence, the inability to feel the pain of others and the casual willingness to inflict it upon them, among which we are living. We are writers, not politicians, and as sometime activists we are always among people better equipped for the role. Our writings are the ‘essential gesture’ (I quote Roland Barthes, as I did for the title of one of my books) by which we reach out to grasp the hand of our society. But the vocation of literature seems so remote from violence; the hand we extend is struck aside by it. Yet violence is also a means of expression. That is what you and I have come to recognize. It is the way in which modern urban society expresses itself. If there is a means at all by which we can be effective, as writers in striving to change this, it can only be to counter it by giving the alternative—in your words ‘expression adequate enough to evoke imagination about death, violence and pain’. 
‘The imagination has been numbed.’ You are right. Our task, laid heavily upon us by whatever talent we possess, is to attempt to bring it back to life. We are the bearers of that invisible chalk ring round the eye that the great Nigerian writer, Chinua Achebe, says marks the creative mind of those who know the power of the imagination to enrich existence. If violence is a mean of expression, there is an alternative means of expression to satisfy that urgent human need. Therein is the common ground of what seems to be the tragic no-man’s-land of the impoverished spirit, the wasteland between two irreconcilables, violence and the writer.


NADINE GORDIMER, Living in Hope and History, Bloomsbury, London 2000 (I ed. 1999), An Exchange: Kenzaburo Oe, Nadine Gordimer, p. 99.




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