giovedì 18 agosto 2016

Sofocle. Antigone: un crimine sacro





ANTIGONE  
Mi aiuterai a sollevare il cadavere con queste mie mani?
ISMENE       
Dargli sepoltura? Infrangere il divieto della città?
ANTIGONE  
È mio fratello. E tuo, anche se rifiuti.
Nessuno mi accuserà di averlo tradito.
ISMENE       
Óimoi! Sorella, pensa a nostro padre.
Morì odiato da tutti, nel disonore,
dopo essersi trafitto le pupille con le sue stesse mani,
per i delitti di cui lui stesso si era scoperto artefice.
Pensa a colei che gli fu madre e sposa – due nomi, una persona –
e si troncò la vita impiccandosi a un cappio ritorto,
e ai due fratelli, che si suicidarono l’un l’altro in un solo giorno,
e si infersero con colpi reciproci un destino comune di sventura.
E ora pensa a noi, che siamo rimaste sole: quale fine atroce ci attende,
se violeremo la legge e trasgrediremo al decreto e al comando dei sovrani.
Ma soprattutto non dobbiamo dimenticare che siamo nate femmine,
e non possiamo reggere lo scontro con i maschi.
E poi, che siamo sotto il giogo dei più forti,     
e ci tocca sottostare a queste prepotenze e a altre ancora più odiose.
E allora io chiedo a chi è sotto terra di perdonarmi,
perché sono costretta con la forza, e obbedirò a chi ha il potere:
agire al di là dei propri limiti è pazzia.
ANTIGONE  
Non ti chiederò più di aiutarmi.
E se anche decidessi di unirti alla mia impresa, non te lo concederò.
Rimani pure quella che ti piace essere.
Sarò io a dargli sepoltura.
E sarà bello, per me, morire in questo slancio.
Amata giacerò con il mio amato, compiuto un crimine sacro:
è più lungo il tempo in cui dovrò piacere ai morti, che non ai vivi.
Ma tu, se vuoi, disonora pure ciò che è onorato dagli dei.


SOFOCLE (496 – 406 a.C.), Antigone (prima rappresentazione 422 a.C.), in ESCHILO – SOFOCLE – EURIPIDE, Tutte le tragedie, a cura, presentazione traduzione e introduzioni di Angelo Tonelli, Bompiani, Milano 2013 (II ed., I ed. 2011), Scena: a Tebe, davanti alla reggia, vv. 43 – 77, pp. 769 e 771.



Pittore di Dolone, Antigone di fronte a Creonte, anfora lucana a figure rosse (néstoris), 390 - 365 a.C. British Museum, Londra.



ΑΝΤΥΓΟΝΗ
εἰ τὸν νεκρὸν ξὺν τῇδε κουφιεῖς χερί.
ΙΣΜΗΝΗ
ἢ γὰρ νοεῖς θάπτειν σφ᾽, ἀπόῤῥητον πόλει;
Αν.   
τὸν γοῦν ἐμὸν καὶ τὸν σόν ἢν σὺ μὴ θέλῃς
ἀδελφόν· οὐ γὰρ δὴ προδοῦσ᾽ ἁλώσομαι.
ἀλλ᾽ οὐδὲν αὐτῷ τῶν ἐμῶν μ᾽ εἴργειν μέτα.
Ισ.
οἴμοι. φρόνησον, ὦ κασιγνήτη, πατὴρ
ὡς νῷν ἀπεχθὴς δυσκλεής τ᾽ ἀπώλετο,
πρὸς αὐτοφώρων ἀμπλακημάτων διπλᾶς
ὄψεις ἀράξας αὐτὸς αὐτουργῷ χερί.
ἔπειτα μήτηρ καὶ γυνή, διπλοῦν ἔπος,
πλεκταῖσιν ἀρτάναισι λωβᾶται βίον·
τρίτον δ᾽ ἀδελφὼ δύο μίαν καθ᾽ ἡμέραν
αὐτοκτονοῦντε τὼ ταλαιπώρω μόρον
κοινὸν κατειργάσαντ᾽ ἐπαλλήλοιν χεροῖν.
νῦν δ᾽ αὖ μόνα δὴ νὼ λελειμμένα σκόπει
ὅσῳ κάκιστ᾽ ὀλούμεθ᾽, εἰ νόμου βίᾳ
ψῆφον τυράννων ἢ κράτη παρέξιμεν. 
ἀλλ᾽ ἐννοεῖν χρὴ τοῦτο μὲν γυναῖχ᾽ ὅτι
ἔφυμεν, ὡς πρὸς ἄνδρας οὐ μαχουμένα.
ἔπειτα δ᾽ οὕνεκ᾽ ἀρχόμεσθ᾽ ἐκ κρεισσόνων,
καὶ ταῦτ᾽ ἀκούειν κἄτι τῶνδ᾽ ἀλγίονα.
ἐγὼ μὲν οὖν αἰτοῦσα τοὺς ὑπὸ χθονὸς 
ξύγγνοιαν ἴσχειν, ὡς βιάζομαι τάδε,
τοῖς ἐν τέλει βεβῶσι πείσομαι· τὸ γὰρ
περισσὰ πράσσειν οὐκ ἔχει νοῦν οὐδένα.
Αν.   
οὔτ᾽ ἂν κελεύσαιμ᾽ οὔτ᾽ ἄν, εἰ θέλοις ἔτι
πράσσειν, ἐμοῦ γ᾽ ἂν ἡδέως δρῴης μέτα.
ἀλλ᾽ ἴσθ᾽ ὁποῖά σοι δοκεῖ, κεῖνον δ᾽ ἐγὼ
θάψω· καλόν μοι τοῦτο ποιούσῃ θανεῖν.
φίλη μετ᾽ αὐτοῦ κείσομαι, φίλου μέτα,
ὅσια πανουργήσασ᾽· ἐπεὶ πλείων χρόνος
 ὃν δεῖ μ᾽ ἀρέσκειν τοῖς κάτω τῶν ἐνθάδε.
 ἐκεῖ γὰρ αἰεὶ κείσομαι· σοὶ δ᾽ εἰ δοκεῖ,
 τὰ τῶν θεῶν ἔντιμ᾽ ἀτιμάσασ᾽ ἔχε.


ΣΟΦΟΚΛΕΟΥΣ Ἀντιγόνη, texte établi par Alphonse Dain, Les Belles Lettres, Paris (Collection des Universités de France), Tome I Les Trachiniennes, Antigone 1955, in op. cit., vv. 43 – 77, pp. 768 e 770.
 

















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