domenica 18 settembre 2016

Karl Kraus. La cultura. Scuola, farmacia, manichini e modelle


Che la cultura sia la quintessenza di tutto ciò che si è dimenticato è una nozione giusta. Oltrepassato quel punto, la cultura è una malattia e un peso per chi sta intorno alla persona colta. Una riforma liceale che si adopera per abolire l’insegnamento delle lingue morte sulla base che esse non sarebbero utili per la vita è ridicola. Proprio se fossero utili per la vita bisognerebbe abolirle. Perché certamente non servono a farci trovare la strada in mezzo ai monumenti di Roma o di Atene. Ma esse seminano in noi la capacità di immaginarci quei monumenti. La scuola non serve ad accumulare un sapere pratico. Ma la matematica pulisce i binari cerebrali, e anche se si deve sgobbare per ricordarsi delle date che poi, appena usciti dalla scuola, si dimenticano subito, la cosa non fa male. Sbagliato è soltanto l’insegnamento del tedesco. Ma in compenso si impara la lingua attraverso il latino, che ha anche questo merito speciale. Chi fa dei bei temi diventa un commesso tedesco. Chi li fa male, e in compenso va bene in latino, forse potrà diventare uno scrittore tedesco. Ciò che la scuola può fare è produrre quella vaga bruma delle cose vive da cui poi sguscia fuori un individuo. Se, dopo tanti anni, uno sa ancora da quale dramma classico e da quale atto è presa una certa citazione, la scuola ha fallito. Ma se uno ha idea di dove potrebbe stare quella citazione, allora è una persona veramente colta e la scuola ha raggiunto appieno il suo scopo.

Una vasta cultura è una farmacia ben fornita: ma non c’è modo di avere la sicurezza che non ci venga porto del cianuro per curare un raffreddore.

La cultura gli sta appeso addosso come a un manichino. Studiosi di quel genere sono, nel caso migliore, delle modelle alla sfilata del progresso.

Il valore della cultura si rivela nel modo più chiaro quando una persona colta prende la parola a proposito di un problema che sta fuori dall’ambito della sua cultura.



KARL KRAUS (1874 – 1936), Detti e contraddetti (1909), a cura, traduzione e con un saggio (Una muraglia cinese) di Roberto Calasso, Adelphi, Milano 1992 (I ed. 1972), Stampa, stupidità, politica, pp. 116 – 117.





Daß Bildung der Inbegriff dessen sei, was man vergessen hat, ist eine gute Erkenntnis. Darüber hinaus ist Bildung eine Krankheit und eine Last für die Umgebung des Gebildeten. Eine Gymnasialreform, die auf die Abschaffung der toten Sprachen mit der Begründung hinarbeitet, man brauche sie eben nicht fürs Leben, ist lächerlich. Erst wenn man sie fürs Leben brauchte, müßte man sie abschaffen. Sie helfen freilich nicht dazu, daß man sich einst in Rom oder Athen durch die Sehenswürdigkeiten durchfrage. Aber sie pflanzen in uns die Fähigkeit, uns diese vorzustellen. Die Schule dient nicht der Anhäufung praktischen Wissens. Aber Mathematik reinigt die Gehirnbahnen, und selbst wenn man Jahreszahlen büffeln muß, die man nach dem Austritt sogleich vergißt, so tut man nichts Unnützes. Verfehlt ist nur der Unterricht in der deutschen Sprache. Aber dafür lernt man sie durch das Lateinische, das noch diesen besonderen Wert hat. Wer gute deutsche Aufsätze macht, wird ein deutscher Kommis. Wer schlechte macht und dafür im Lateinischen besteht, wird vielleicht ein deutscher Schriftsteller. Was die Schule zu tun vermag, ist, daß sie jenen Dunst von den lebendigen Dingen schafft, dem sich eine Individualität entschält. Weiß einer noch nach Jahren, aus welchem klassischen Drama und aus welchem Akt ein Zitat stammt, so hat die Schule ihren Zweck verfehlt. Aber fühlt er, wo es stehen könnte, so ist er wahrhaft gebildet und die Schule hat ihren Zweck vollkommen erreicht.

Eine umfassende Bildung ist eine gut dotierte Apotheke; aber es besteht keine Sicherheit, daß nicht für Schnupfen Zyankali gereicht wird.

Die Bildung hängt an seinem Leib wie ein Kleid an einer Modellpuppe. Bestenfalls sind solche Gelehrte Probiermamsellen der Fortschrittsmode.

Der Wert der Bildung offenbart sich am deutlichsten, wenn die Gebildeten zu einem Problem, das außerhalb ihrer Bildungsdomäne liegt, das Wort ergreifen.



KARL KRAUS, Beim Wort genommen: Aphorismen, mit einem Nachwort herausgegeben von Heinrich Fischer, in Id., Werke, Kösel, München 1955, Band 3, Sprüche und Widersprüche («Die Fackel» 1909), IV. Presse, Dummheit, Politik, S. 84 – 86.

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