giovedì 22 settembre 2016

Robert Musil. Diotima era deliziata da tanta cultura


Se un castello apparteneva a una famiglia borghese, non lo si vedeva soltanto provvisto di comodità moderne come un lampadario avito rivestito di fili elettrici, ma anche nell’arredamento ben poco di bello era stato eliminato, e molte cose di valore erano state aggiunte, o di propria scelta o per consiglio indiscutibile di esperti. Quell’affinamento, ancor piú che nei castelli, era evidente nelle abitazioni cittadine, che secondo il gusto del tempo erano arredate nello stile impersonale e fastoso dei transatlantici, ma in quel paese di raffinate ambizioni sociali conservavano – grazie a una patina inimitabile, all’opportuno isolamento dei mobili o alla posizione dominante di un quadro su una parete – l’eco delicata ma chiara di una grande musica svanita.
Diotima era deliziata da tanta «cultura»; sapeva già che la sua patria albergava tesori, ma quella profusione la sorprendeva.
Erano invitati insieme in residenze campestri, e Ulrich notò che vi si vedeva sovente mangiare la frutta con le mani, senza sbucciarla, mentre nelle case dell’alta borghesia il cerimoniale con coltello e forchetta era rigidamente osservato; la stessa osservazione si poteva fare a proposito della conversazione che quasi soltanto nelle case borghesi era signorile e distinta, mentre negli ambienti aristocratici prevalevano i discorsi disinvolti, senza pretese, alla maniera dei cocchieri. Diotima difendeva entusiasticamente queste abitudini, discutendo col cugino. Le dimore borghesi, lo ammetteva, erano piú igieniche e piú razionali. Nei castelli patrizi d’inverno si gelava; le scale logore e strette non erano una rarità, e accanto a sontuose sale di ricevimento si trovavano camere da letto basse e ammuffite. Non esistevano montavivande né bagni per la servitú. Ma, a guardar bene, c’era proprio in questo senso un senso piú eroico, il senso della tradizione e di una magnifica negligenza! ella concludeva inebriata. 

ROBERT MUSIL (1880 – 1942), L’uomo senza qualità (1930 – 1933, I edizione italiana Einaudi, Torino, 3 volumi, 1956 -1958-1962), nuova edizione italiana a cura di Adolf Frisé, introduzione di bianca Cetti Marinoni, traduzione di Anita Rho, Gabriella Benedetti e Laura Castoldi, Einaudi, Torino 1996 (I ed. «Nuova Universale Einaudi», 2 tomi, tomo I, Parte seconda Le stesse cose ritornano, 67. Diotima e Ulrich, pp. 313 – 314.


War ein Schloß in bürgerlichem Besitz, so zeigte es sich nicht nur wie ein Familienstück von Kronleuchter, durch das man elektrische Drähte gezogen hat, mit moderner Bequemlichkeit versehen, sondern auch in der Einrichtung war weniger Schönes ausgeschieden und Wertvolles dazu gesammelt worden, entweder nach eigener Wahl oder nach dem unwidersprechlichen Rat von Sachverständigen. Am eindringlichsten zeigte sich diese Verfeinerung übrigens nicht einmal in Schlössern, sondern in den Stadtwohnungen, die zeitgemäß mit dem unpersönlichen Prunk eines Ozeandampfers eingerichtet waren, aber in diesem Lande verfeinerten gesellschaftlichen Ehrgeizes durch einen unwiedergeblichen Hauch, ein kaum merkliches Auseinandergestelltsein der Möbel oder die beherrschende Stellung eines Bildes an einer Wand, das zart deutliche Echo einer großen Verklungenheit bewahrten.
Diotima war entzückt von so viel «Kultur»; sie hatte immer gewußt, daß ihre Heimat solche Schätze berge, aber das Ausmaß überraschte selbst sie.
Sie wurden bei Landbesuchen gemeinsam eingeladen, und es fiel Ulrich auf, daß er Obst nicht selten ungeschält aus der Hand essen sah oder ähnliches, während in Großbürgerhäusern das Zeremoniell von Messer und Gabel strenge gewahrt wurde; die gleiche Beobachtung ließ sich auch an der Unterhaltung anstellen, die von vollendeter Distinktion fast nur in Bürgerhäusern war, wogegen in Adelskreisen die bekannte zwanglose, an Kutscher erinnernde Redeweise überwog. Diotima verteidigte das mit Schwärmerei gegen ihren Vetter. Bürgerliche Edelsitze, gab sie zu, seien mit mehr Hygiene und größerer Intelligenz eingerichtet. In den adeligen Landschlössern friere man im Winter; schmale, ausgetretene Treppen seien keine Seltenheit, und muffige, niedrige Schlafräume fänden sich neben prunkvollen Empfangszimmern. Es gebe auch keinen Speisenaufzug und kein Dienerbad. Aber gerade das sei nun einmal in gewissem Sinn das Heroischere, das Ererbte und großartig Nachlässige! schloß sie entzückt. 

ROBERT MUSIL, Der Mann ohne Eigenschaften, in Gesammelte Werke in Einzelausgabe, herausgegeben von Adolf Frise, Rowohlt Verlag, Hamburg 1957 (Rowohlt Verlag 1930-1933), Erstes Buch, Zweiter Teil Seinesgleichen Geschieht, 67. Diotima und Ulrich, S. 284 – 285.



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