giovedì 13 ottobre 2016

Ernst Jünger. La differenza tra l’anarchista e l’anarca


Io non mi volgevo verso il Castello sulla Sprea, quantunque avrei fatto volentieri visita al monarca nel suo gabinetto particolare. Abbiamo qui ancora una volta la differenza tra l’anarchista e l’anarca: il primo persegue il sovrano come suo nemico mortale, mentre l’anarca mantiene con lui un rapporto di neutralità obiettiva. L’anarchista vuole uccidere il monarca, mentre l’anarca sa che potrebbe ucciderlo – – – ma in tal caso dovrebbero sussistere motivi non generali, bensì personali. Se l’anarca è uno storico, gli si offre allora nel monarca una fonte di prim’ordine – – – non soltanto riguardo alle decisioni politiche ma anche alla struttura tipica di un’epoca. Nessun faraone è uguale all'altro. Ma ciascuno è specchio del proprio tempo.
L’anarca può affrantare con disinvoltura il monarca; egli si sente eguale a tutti, anche ai re. Tale umore di fondo si comunica al sovrano: egli avverte l’occhio spregiudicato. Nasce così una benevolenza reciproca, favorevole al dialogo.
Non farò che sfiorare le forme esterne – ad esempio, il modo di rivolgersi ai re. Forse che il tono insolente di Herwegh ¹⁵, nei confronti di questo monarca, era necessario? Vi furono teutomani che, prima di entrare al Congresso di Vienna, insozzarono di proposito i loro stivali – si tratta qui di risentimenti.
Le persone hanno piacere di sentirsi rivolgere la parola in modo personale, sia col cognome, nome proprio o vezzeggiativo, che con un titolo o una distinzione: sire, Eccellenza, signor Dottore, Monsignore, compagno Meier, coniglietto mio. «Un titolo serve a creare la confidenza» – il che dona all’incontro un buono start. Metternich era maestro di tali sfumature.
«A ciascuno il suo» – tra le massime prussiane non è la peggiore. L’anarca, sicuro del proprio rango, si consente in più un granello d’ironia.
La conversazione che avrei voluto fare con quel sovrano, si riferiva ad uno degli aspetti storici eternamente ricorrenti – cioè il fallimento dell’ideale contro la potenza dello spirito del tempo, che lo degrada a illusione. Sono fatti che si ripetono nell’interludio romantico, che separa tra loro le scene storiche.

¹⁵ Il poeta repubblicano Georg Herwegh ottenne nel 1842 una udienza da Federico IV di Prussia, in seguito a cui gli scrisse da Könisberg una lettera, che fu pubblicata senza il suo consenso, venne giudicata impertinente; Herwegh fu ricondotto alla frontiera.


ERNST JÜNGER (1895 – 1998), Eumeswil (1977), traduzione di Maria Teresa Mandalari, note critiche di Alfred Andersch e di Maria Teresa Mandalari, con due saggi: Jünger ottanta di Alfred Andersch e L’anarca e l’apocalisse cosmico-genetica di Maria Teresa Mandalari, Rusconi, Milano 1981 (I ed.), 4. Una giornata alla casbah, 41, pp. 302 – 303.



 Ich wandte mich nicht zum Schloß an der Spree, obwohl ich dort gern den Monarchen in seinem Particulier besucht hätte. Hier haben wir wieder einen Unterschied zwischen dem Anarchisten und dem Anarchen: der Anarchist verfolgt den Fürsten als seinen Todfeind, während der Anarch in sachlich-neutralem Verhältnis zu ihm steht. Der Anarchist will den Monarchen töten, während der Anarch weiß, daß er ihn töten könnte –  –  – dann müßten allerdings nicht allgemeine, sondern persönliche Gründe vorliegen. Ist der Anarch zugleich Historiker, so bietet sich ihm im Monarchen eine Quelle ersten Ranges  –  –  –  nicht nur hinsichtlich der politischen Entscheidung, sondern auch der epochaltypischen Struktur. Kein Pharao ist wie der andere. Doch jeder spiegelt seine Zeit. 
Der Anarch kann dem Monarchen unbefangen entgegentreten; er fühlt sich als Gleicher auch unter Königen. Diese Grundstimmung überträgt sich auf den Fürsten; er spürt den offenen Blick. So entsteht ein gegenseitiges, dem Gespräch günstiges Wohlwollen. 
Ich will die äußeren Formen streifen — etwa die Anrede. War Herweghs unverschämter on diesem Monarchen gegenüber notwendig? Es gab Deutschtümler, die sich vor dem Eintritt in den Wiener Kongreß absichtlich die Stiefel beschmutzten — das sind Ressentiments. 
Die Menschen hören sich gern persönlich angesprochen, sei es mit Eigen-, Vor- oder Kosenamen, sei es mit einem Titel oder einer Auszeichnung. Sire, Exzellenz, Herr Doktor, Monsignore, Genosse Maier, mein süßer Betthase. «Ein Titel muß sie erst vertraulich machen» — das gibt der Begegnung einen guten Start. Metternich war ein Meister solcher Abstufungen. 
«Jedem das Seine» — unter den preußischen Maximen nicht die schlechteste. Der Anarch, des Seinen sicher, gestattet sich dazu noch ein Körnchen Ironie. 
Das Gespräch, das ich mit jenem Fürsten gern geführt hätte, betraf eine der wiederkehrenden Figuren — nämlich das Scheitern des Ideals an der Macht des Zeitgeistes, der es zur Illusion degradiert. Dergleichen wiederholt sich im romantischen Zwischenspiel, das die historischen Auftritte trennt. 

ERNST JÜNGER, Eumeswil, in Id., Sämtliche Werke, Band 17 Erzählende Schriften, III, Klett-Cotta, Stuttgart 1980 (1977), Ein Tag auf der Kasbah, 41, S. 313 – 314.


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