domenica 6 novembre 2016

Aristofane. Da noi uccelli vengono ai mortali tutte le cose più importanti


CORO […]   Da noi uccelli vengono ai mortali tutte le cose più importanti. Siamo noi a far sorgere le stagioni: la primavera, l’inverno, l’autunno. Quando c’è da seminare? Ecco la gru che parte gracchiando per la Libia, e avverte la gente di mar che può appendere il timone e farsi bei sonni – e pure che bisogna tessere un mantello per Oreste, così non lo rapina agli altri quando gela. Poi compare il nibbio a portare una nuova stagione, quando è il momento di tosare la lana delle pecore in primavera; e poi la rondine, e allora è ormai tempo di vendere il mantello per comprare un abito leggero. Noi siamo per voi Ammone, Delfi, Dodona, Febo Apollo. È agli uccelli che vi rivolgete subito per ogni caso: si tratti di affari, di acquisti o di nozze. Qualsiasi fatto riguardi i pronostici per il futuro, per voi è il segno di un uccello: lo è un oracolo, e chiamate così uno starnuto, un incontro, una voce, chiamate uccello un servo e chiamate uccello un asino. Non è dunque vero che per voi siamo noi Apollo profeta?
          Se dunque ci considerate come dèi,
          noi vi faremo da Muse profetiche
          per i venti e le stagioni, per l’inverno, per l’estate
          e per il tempo di mezzo, senza scappare
          a sederci nella gloria dei cieli,
          in mezzo alle nuvole, come Zeus.
          Vi staremo vicini per dare
          a voi stessi, ai figli, ai figlioli dei figli
          ricchezza con salute,
          felicità, lunga vita e pace,
          giovinezza, risate, danze e festini,
          e latte di gallina, tanto da rendervi
          sazi di beni:
          tutti ricchi vogliamo vedervi!


ARISTOFANE (450 a. C. circa – 385 a.C. circa), Gli uccelli (prima rappresentazione: Dionisie urbane con la regia di Callistrato, teatro di Dioniso, primavera 414 a.C.), a cura, nota al testo e indicazioni bibliografiche di Giuseppe Zanetto, introduzione e traduzione di Dario Del Corno, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Milano 2005 (VI edizione, I edizione 1987), pp. 83, 85, 87.


Cratere a calice attico a figure rosse con scena teatrale da Gli uccelli di Aristofane (ca. 415 – 410 a.C.), altezza cm. 18.7, diametro dell’orlo cm.23. Già J. Paul Getty Museum, Malibu, 82.AE.83. Da scavi clandestini in Italia centro-meridionale.


ΧΟ. […]   πάντα δὲ θνητοῖς ἐστιν ἀφ ἡμῶν τῶν ὀρνίθων τὰ μέγιστα.
πρῶτα μὲν ὥρας φαίνομεν ἡμεῖς ἦρος χειμῶνος, ὀπώρας·
σπείρειν μέν, ὅταν γέρανος κρώζους εἰς τὴν Λιβύην μεταχωρῇ·
καὶ πηδάλιον τότε ναυκλήρῳ φράζει κρεμάσαντι καθεύδειν,
εἶτα δ’ Ὀρέστῃ χλαῖναν ὑφαίνειν, ἵνα μὴ ῥιγῶν ἀποδύῃ.
ἰκτῖνος ‹δ’› αὖ μετὰ ταῦτα φανεὶς ἑτέραν ὥραν ἀποφαίνει,
ἡνίκα πεκτεῖν ὥρα προβάτων πόκον ἠρινόν· εἶτα χελιδών,
ὅτε χρὴ χλαῖναν πωλεῖν ἤδη καὶ ληδάριόν τι πρίασθαι.
ἐσμὲν δ’ ὑμῖν Ἄμμων, Δελφοί, Δωδώνη, Φοῖβος Ἀπόλλων.
ἐλθόντες γὰρ πρῶτον ἐπ’ ὄρνις οὕτω πρὸς ἅπαντα τρέπεσθε,
πρός τ’ ἐμπορίαν, καὶ πρὸς βιότου κτῆσιν, καὶ πρὸς γάμον ἀνδρός.
ὄρνιν τε νομίζετε πάνθ ὅσαπερ περὶ μαντείας διακρίνει·
φήμη γ’ ὑμῖν ὄρνις ἐστί, πταρμόν τ’ ὄρνιθα καλεῖτε,
ξύμβολον ὄρνιν, φωνὴν ὄρνιν, θεράποντ’ ὄρνιν, ὄνον ὄρνιν.
 ἆρ’ οὐ φανερῶς ἡμεῖς ὑμῖν ἐσμὲν μαντεῖος Ἀπόλλων;
            ἢν οὖν ἡμᾶς νομίσητε θεούς,  
            ἕξετε χρῆσθαι μάντεσι Μούσαις
            αὔραις, ὥραις, χειμῶνι, θέρει,
            μετρίῳ πνίγει· κοὐκ ἀποδράντες
            καθεδούμεθ’ ἄνω σεμνυνόμενοι
            παρὰ ταῖς νεφέλαις ὥσπερ χὠ Ζεύς·
            ἀλλὰ παρόντες δώσομεν ὑμῖν
            αὐτοῖς, παισίν, παίδων παισίν,
                   πλουθυγίειαν
            εὐδαιμονίαν  βίον εἰρήνην,
            νεότητα γέλωτα χορούς θαλίας
            γάλα τ’ ὀρνίθων. ὥστε παρέσται
            κοπιᾶν ὑμῖν ὑπὸ τῶν ἀγαθῶν·
            οὕτω πλουτήσετε πάντες. 


ΑΡΙΣΤΟΦΑΝΟΥΣ  Ὄρνιθες, vv. 708 – 736, in op. cit., pp. 82, 84, 86.



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