venerdì 9 dicembre 2016

Luigi Pirandello. Fondamento della morale


 Quand’ero matto, non mi sentivo in me stesso; che è come dire: non stavo di casa in me.
Ero infatti divenuto un albergo aperto a tutti. E se mi picchiavo un po’ sulla fronte, sentivo che vi stava sempre gente alloggiata: poveretti che avevan bisogno del mio ajuto; e tanti e tanti altri inquilini avevo parimenti nel cuore; né si può dir che gambe e mani avessi tanto al servizio mio, quanto a quello degli infelici che stavano in me e mi mandavano di qua e di là, in continua briga per loro.
Non potevo dir: io, nella mia coscienza, che subito un’eco non mi ripetesse: io, io, io... da parte di tanti altri, come se avessi dentro un passerajo. E questo significava che se, poniamo, avevo fame e lo dicevo dentro di me, tanti e tanti mi ripetevano dentro per conto loro: ho fame, ho fame, ho fame, a cui bisognava provvedere, e sempre mi restava il rammarico di non potere per tutti. Mi concepivo insomma in società di mutuo soccorso con l’universo; ma siccome io allora non avevo bisogno di nessuno, quel «mutuo» aveva soltanto valore per gli altri.
Il bello intanto era questo, che credevo di ragionare la mia pazzia; anzi, se debbo dir tutta la verità senza vergognarmi, ero finanche arrivato a tracciare lo schema d’un trattato sui generis, che intendevo scrivere col titolo: Fondamento della morale.
Ho qui nel cassetto gli appunti per questo trattato, e ogni tanto, di sera (mentre Marta si fa di là il solito pisolino dopo cena), li cavo fuori e me li rileggo pian piano, di nascosto, con un certo godimento e anche una certa meraviglia, lo confesso, perché è innegabile che io ragionavo pur bene, quand’ero matto.
Dovrei veramente riderne; ma forse non ci riesco per il motivo affatto particolare che quei ragionamenti erano per la maggior parte diretti a convertire quella disgraziata, che fu la mia prima moglie, della quale parlerò appresso, per dare la più lampante prova delle segnalate pazzie di quei tempi.
Da questi appunti argomento che il trattato del Fondamento della morale dovesse nel mio concetto consistere di dialoghi tra me e quella mia prima moglie, o forse d’apologhi. Un quadernetto, ad esempio, è intitolato: Il giovine timido, e certo in esso alludevo a quel buon ragazzo, figlio d’un mercante di campagna in relazione d’affari con me, il quale, mandato dal padre, veniva a trovarmi in città, e quella disgraziata lo invitava a desinare con noi per divertirsi un po’ alle spalle di lui.
Trascrivo dal quadernetto:
Dimmi, o Mirina. O che occhi sono i tuoi? Non vedi che codesto povero giovine s’è accorto che tu intendi prenderti giuoco di lui? Lo stimi sciocco; e invece è soltanto timido; così timido che non sa ritrarsi dalla berlina a cui lo metti, quantunque ne soffra dentro. Se la sofferenza di questo giovine, o Mirina, non rimanesse per te allo stato di segno apparente che ti fa ridere, se tu non avessi soltanto coscienza del tuo tristo piacere, ma anche, nello stesso tempo del dolore di lui, non ti par chiaro che cesseresti di farlo sorbire, perché il piacere ti sarebbe turbato e distrutto dalla coscienza dell’altrui dolore? Tu agisci dunque, Mirina, senza l’intero sentimento della tua azione, della quale provi l’effetto soltanto in te medesima.
Così. E per un matto, via, non c’è male. Il male era che non comprendevo che altro è ragionare, altro è vivere. E la metà, o quasi, di quei disgraziati che si tengon chiusi negli ospizii, non sono forse gente che voleva vivere secondo comunemente in astratto si ragiona? Quante prove, quanti esempii potrei qui citare, se ogni savio oggi non riconoscesse tante cose che si fanno nella vita, o che si dicono, e certi usi e certe abitudini esser proprio irragionevoli, dimodoché è matto chi li ragioni.
Tale in fondo ero io, tale nel mio trattato mi dimostravo.
Non me ne sarei accorto, se Marta non mi avesse prestato i suoi occhiali.
Per curiosità, intanto, coloro che non si vogliono tener paghi di Dio, perché lo dicono fondato in un sentimento che non ammette ragione, potrebbero vedere in questo mio trattato come io però lo ragionassi. Se non che, convengo adesso che questo sarebbe un Dio difficile per la gente savia e anzi addirittura impraticabile, perché, chi volesse riconoscerlo dovrebbe agire verso gli altri come agivo io una volta, cioè da matto: con eguale coscienza di sé e degli altri, perché sono coscienze come la nostra. Chi facesse veramente così e alle altre coscienze attribuisse l’identica realtà che alla propria, avrebbe per necessità l’idea d’una realtà comune a tutti, d’una verità e anche di un’esistenza che ci sorpassa: Dio.
Ma non per la gente savia, ripeto.
È curioso intanto che Marta, mentre io (seguendo la nostra vecchia abitudine di leggere qualche buon libro prima d’andare a letto) leggo, per esempio, I fioretti di San Francesco, m’interrompa di tratto in tratto, esclamando con riverenza e piena d’ammirazione:
— Che santo! che santo!
Così.
Sarà tentazione del demonio, ma io abbasso il libro sulle ginocchia e sto a guardarla, se lo dica proprio sul serio davanti a me. Per esser logici, via, San Francesco per lei non dovrebbe esser savio, o io ora...
Ma già, mi persuado che i savii debbono esser logici fino a un certo punto.
Torniamo a quand’ero matto.
Sul cadere della sera, in villa, mentre da lontano mi giungeva il suono delle cornamuse che aprivano la marcia delle frotte dei falciatori di ritorno al villaggio con le carrette cariche del raccolto, mi pareva che l’aria tra me e le cose intorno divenisse a mano a mano più intima; e che io vedessi oltre la vista naturale. L’anima, intenta e affascinata da quella sacra intimità con le cose, discendeva al limitare dei sensi e percepiva ogni più lieve moto, ogni più lieve rumore. E un gran silenzio attonito era dentro di me, sicché un frullo d’ali vicino mi faceva sussultare e un trillo lontano mi dava quasi un singulto di gioia, perché mi sentivo felice per gli uccelletti che in quella stagione non pativano il freddo e trovavano per la campagna da cibarsi in abbondanza felice, come se il mio alito li scaldasse e li cibassi di me.
Penetravo anche nella vita delle piante e, man mano, dal sassolino, dal fil d’erba assorgevo, accogliendo e sentendo in me la vita d’ogni cosa, finché mi pareva di divenir quasi il mondo, che gli alberi fossero mie membra, la terra fosse il mio corpo, e i fiumi le mie vene, e l’aria la mia anima; e andavo un tratto così, estatico e compenetrato in questa divina visione.
Svanita, restavo anelante, come se davvero nel gracile petto avessi accolto la vita del mondo.
Mi mettevo a sedere a piè d’un albero, e allora il genio della mia follia cominciava a suggerirmi le più strambe idee: che l’umanità avesse bisogno di me, della mia parola esortatrice: voce d’esempio, parola di fatto. A un certo punto m’accorgevo io stesso che deliravo, e allora mi dicevo: «Rientriamo, rientriamo nella nostra coscienza...». Ma ci rientravo, non per veder me, ma per veder gli altri in me com’essi si vedevano, per sentirli in me com’essi in loro si sentivano e volerli com’essi si volevano.
Ora, concependo e riflettendo così nello specchio interiore della coscienza gli altri esseri con una realtà uguale alla mia e per tal mezzo anche l’Essere nella sua unità, un’azione egoistica, un’azione cioè nella quale la parte si erige al posto del tutto e lo subordina, non era naturale che mi apparisse irragionevole?
Ahimè, sì. Ma mentre io per le mie terre camminavo in punta di piedi e curvo per vedere di non calpestare qualche fiorellino o qualche insetto, dei quali vivevo in me la tenue vita d’un giorno, gli altri mi rubavano la campagna, mi rubavano le case, mi spogliavano addirittura.
E ora, eccomi qua: ecce homo


LUIGI PIRANDELLO (1867 – 1936), Quand’ero matto… (I edizione nell’omonima raccolta, Streglio, Torino 1902; poi nella raccolta Il vecchio Dio, Bemporad, Firenze 1926; quindi come decimo gruppo di Novelle per un anno, Bemporad, Firenze 1922, I edizione), in Id., Novelle per un anno, edizioni integrali, a cura e introduzioni di Sergio Campailla, Newton Compton, Roma 2016 (II ed., I ed. 2011), da Il vecchio Dio, II. Fondamento della morale, pp. 856 – 858.


















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