domenica 19 marzo 2017

Giacomo Leopardi. La negazione del piacere




Che poi l’uomo debba esser certo di non passar giorno senza patimento, il che potrebbe parere una parte non abbastanza provata in questo mio ragionamento, lasciando stare i mali e dolori accidentali che intervengono inevitabilmente a tutti gli uomini, si dimostra anche dalla medesima proposizione, la quale afferma che l’uomo dev’esser certo di non provar piacere alcuno in sua vita. Perocché l’assenza, la mancanza, la negazione del piacere al quale il vivente tende come a suo sommo ed unico fine, perpetuamente e in ciascuno istante, per natura, per essenza, per amor proprio inseparabile da lui; la negazione, dico, del piacere il quale è la perfezione della vita, non è un semplice non godere, ma è un patire (come ho dimostrato nella teoria del piacere): perocché l’uomo e il vivente non può esser privo della perfezione della sua esistenza, e quindi della sua felicità, senza patire e senza infelicità. E tra la felicità e l’infelicità non v’è condizione di mezzo. 

GIACOMO LEOPARDI (1798 – 1837), Zibaldone di pensieri (1817 – 1832, prima edizone Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, a cura di Giosuè Carducci, Le Monnier, Firenze 1898-1900, in 7 voll.), in ID., Opere, a cura di Sergio e Raffaella Solmi, vol. 52 di 75 de La letteratura italiana. Storia e testi, Ricciardi, Milano-Napoli (1951 – 2001) editio princeps (dal 2004 di proprietà dell’«Istituto dell’Enciclopedia italiana», Grandi Opere Treccani) 1956, 2 tomi, tomo II, [2552] – [2553], (5 Luglio 1822), p. 481.



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