giovedì 23 marzo 2017

Yukio Mishima. L’eco agghiacciante della Negazione


Occorreva che lei stessa diventasse parte dell’oceano. E in quell’attimo lo diventò, trasportata da un’unica immensa ondata.
Tutto ciò che li circondava – il cielo ravvivato dalla luna, l’acqua sfavillante, la brezza che soffiava dalla spiaggia e agitava i pini al suo limite estremo – tutto era presagio di calamità. Appena oltre il malcerto lucore del tempo, echeggiava mostruosamente l’eco agghiacciante della Negazione. E quel messaggio risuonava fra i pini. Satoko sapeva che lei e Kiyoaki erano accerchiati, osservati, sorvegliati, guardati a vista da uno spirito implacabile, che non conosceva il perdono, così come la singola goccia d’olio balsamico caduta in una conca piena d’acqua non ha nulla che valga a sorreggerla se non la consistenza dell’acqua stessa. E quest’acqua era nera, vasta, silenziosa, e la goccia isolata di balsamo fluttuava in un mondo di totale, cieco isolamento.
Quel “NO!” abbracciava ogni cosa. Era una creatura della notte oppure l’alba che si approssimava? Per loro era un insondabile mistero. Ma ancorché ad ogni istante che passava planasse minaccioso sopra il loro capo, ancora non li aveva colpiti. 

YUKIO MISHIMA (1925 – 1970), Neve di primavera (1968, primo romanzo della tetralogia Il mare della fertilità, seguito da Cavalli in fuga, Il tempio dell’alba, Lo specchio degli inganni), traduzione di Riccardo Mainardi, Bompiani, Milano 1982 (I edizione italiana), 34, pp. 250 – 251.



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