giovedì 6 aprile 2017

Jack Kerouac. Un’azione che come tutte le azioni è una non-azione (wu wei)


Ma c’è la notte di nebbia rischiarata dalla luna, lo sbocciare delle fiamme del fuoco nella stufa – C’è l'atto di dare una mela al mulo, le grosse labbra che afferrano – C’è la ghiandaia che beve il mio latte in scatola gettando la testa indietro con uno sbaffo di latte sul becco – C’è il procione o il topo che gratta là fuori nell'oscurità – C’è il povero topino che mangia umilmente il suo pasto serale nell’angolo in cui ho messo un succulento piattino di formaggio e di cioccolatini (sono finiti i tempi in cui uccidevo i topi) – C’è il procione nella sua nebbia e l’uomo accanto al suo focolare, entrambi tristi e soli perché gli manca Dio – Ci sono io che ritorno dalle sedute notturne in riva al mare come un vecchio bhikku borbottante, incespicando lungo il sentiero – Ci sono io che illumino con la torcia un procione furtivo che si arrampica su un albero col suo cuoricino impazzito dalla paura ma io grido in francese: «Oilà, brav’uomo» (allo ti bon-homme) – C’è il vasetto di olive, quarantanove centesimi, importate, pimentos, le mangio una a una pensando alle colline della Grecia nel tardo pomeriggio – E ci sono i miei spaghetti al pomodoro e la mia insalata olio e aceto e la mia deliziosa composta di mele, cari miei, il caffè nero e il formaggio Roquefort e le noci per dessert, cari miei, il tutto nei boschi – (Dieci tenere olive masticate lentamente a mezzanotte è una cosa che nessuno ha mai fatto nei ristoranti di lusso) – C’è il presente carico di un intrico di vegetazione – C’è l’uccello d’improvviso quieto sul ramo sotto lo sguardo della moglie – C’è la grazia di un manico d’ascia bello come un balletto di Eglevsky – C’è la “montagna Mien Mo” nella bruma della luna d’agosto rischiarata dalla nebbia in mezzo ad altre cime stupende e brumose che si innalzano via via più indistinte e quasi rosee nella notte come nei classici dipinti su seta della Cina e del Giappone – C’è anche un insetto, un esserino indifeso, strisciante, senza ali, che sta annegando in un barattolo d’acqua, lo tiro fuori e lui barcolla goffo sul portico finché non mi stanco di guardarlo – C’è il ragno nel cesso fuori che fa gli affari suoi – C’è il mio trancio di pancetta appeso a un gancio del soffitto della baracca – C’è un gufo che fa huhu su misteriosi alberi di Bodhidharma – Ci sono fiori e tronchi di sequoia – C’è il semplice di legna e il modo attento ma assente di alimentarlo, un’azione che come tutte le azioni è una non-azione (wu wei) eppure è una vera e propria meditazione soprattutto perché i fuochi di legna, come i fiocchi di neve, sono ogni volta diversi – Sì, c’è lo spurgo resinoso di un ciocco di sequoia avvolto dalle fiamme – Sì il ciocco di sequoia segato a metà si trasforma in brace e sembra una Città dei Gandharva o la cima di una montagna dell’Ovest al tramonto – C’è la scopa del bhikku, il pentolino – C’è il delicato merletto dell’onda sulla sabbia, il mare – Ci sono tutti questi meticolosi preparativi per un sonno decente come la sera che sto cercando i calzini con i quali dormo (per non insudiciare l’interno del sacco a pelo) e mi sorprendo a cantare: «A donde es mi calzinos?» - Sì, e giù nella valle c’è Alf, il mio burro, l’unico essere vivente visibile – C’è la luna che appare nel bel mezzo del sonno – C’è la sostanza universale che è sostanza divina perché in quale altro potrebbe mai essere? – C’è la famiglia di cervi sulla strada sterrata al crepuscolo – C’è il torrente che tossisce nella radura – C’è la mosca sul mio pollice che si strofina il naso e poi passa sulla pagina del libro – C’è il colibrì che muove la testa a tempo di swing come un bulletto di città – C’è tutto questo, e tutti i miei pensieri, inclusa la canzonetta che ho dedicato al mare: «Mi son fatto un bel piscio, nel mare liscio, sale nel sale, e io a te» eppure sono impazzito nel giro di tre settimane.
        Perché come può impazzire uno che è così rilassato: però aspetta: ci sono le avvisaglie che qualcosa non va.


JACK KEROUAC (1922 – 1969), Big Sur (1962), traduzione di Igor Legati, Mondadori, Milano 2010 (ristampa, nuova traduzione ripresa dalla prima edizione «I Meridiani» dell’ottobre 2001, I edizione 1966), Otto, pp. 34 – 36.


But there’s moonlit fognight, the blossoms of the fire flames in the stove – There’s giving an apple to the mule, the big lips taking hold... There’s the bluejay drinking my canned milk by throwing his head back with a miffle of milk on his beak – There’s the scratching of the raccoon or of the rat out there, at night – There’s the poor little mouse eating her nightly supper in the humble corner where I've put out a little delight-plate full of cheese and chocolate candy (for my days of killing mice are over) – There’s the raccoon in his fog, there the man to his fireside, and both are lonesome for God – There’s me coming back from seaside night sittings like a muttering old Bhikku stumbling down the path – There’s me throwing my spotlight on a sudden raccoon who clambers up a tree his little heart beating with fear but I yell in French «Hello there little man» (allo ti bon-homme) – There’s the bottle of olives, 4gc, imported, pimentos, I eat them one by one wondering about the late afternoon hillsides of Greece – And there’s my spaghetti... with tomato sauce and my oil and vinegar salad and my applesauce relishe my dear, and my black coffee and Roquefort cheese and after-dinner nuts, my dear, all in the woods – (Ten delicate olives slowly chewed at midnight is something no one’s ever done in luxurious restaurants) – There’s the present moment fraught with tangled woods – There’s the bird suddenly quiet on his branch while his wife glances at him... There’s the grace of an axe handle as good as an Eglevsky ballet... There’s “Mien Mo Mountain” in the fog illumined August moon mist among other heights gorgeous and misty rising in dimmer tiers somehow rosy in the night like the classic silk paintings of China and Japan – There’s a bug, a helpless little wingless crawler, drowning in a water can, I get it out and it wanders and goofs on the porch till I get sick of watching – There’s the spider in the outhouse minding his own business... There’s my side of bacon hanging from a hook on the ceiling of the shack – There’s the laughter of the loon in the shadow of the moon –There’s an owl hooting in weird Bodhidharma trees – There’s flowers and redwood logs – There’s the simple wood fire and the careful yet absent-minded feeding of it which is an activity that like all activities is no-activity (Wu Wei) yet it is a meditation in itself especially because all wood fires, like snowflakes, are different every time... Yes, there’s the resinous purge of a flame – enveloped redwood log – Yes  the cross-sawed redwood log turns into a coal and looks like a City of the Gandharvas or like a western butte at sunset – There’s the bhikku’s broom, the kettle – There’s the laced soft fud over the sand, the sea – There’s all these avid preparations for decent sleep like the night I’m looking for my sleeping socks (so’s not to dirty the sleeping bag inside) and find myself singing “A donde es me sockiboos?” – Yes, and down in the valley there’s my burro, Alf, the only living being in sight – There’s in mid of sleep the moon appearing – There’s universal substance which is divine substance because where else can it be? – There’s the family of deer on the dirt road at dusk... There's the creek coughing down the glade – There’s the fly on my thumb rubbing its nose then stepping to the page of my book – There’s the hummingbird swinging his head from side to side like a hoodlum – There’s all that, and all my fine thoughts, even unto my ditty written to the sea “I took a pee, into the sea, acid to acid, and me to ye” yet I went crazy inside three weeks.
         For who could go crazy that could be so relaxed as that: but wait: there are the signposts of something wrong.

JACK KEROUAC, Big Sur, McGraw-Hill, New York 1989 (Farrar, Straus and Giroux, New York 1962), 8, pp. 36 – 39.                                   

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