domenica 18 giugno 2017

Hermann Hesse. La solitudine è indipendenza



     Un po’ incerto mi mossi verso casa tirai su il bavero e camminai battendo il bastone sul lastrico bagnato. Potevo percorrere quel tratto molto adagio, ma fin troppo presto mi sarei ritrovato nella mia mansarda, in quella parvenza di casa mia, che non amavo, ma della quale non potevo fare a meno, poiché erano passati i tempi in cui ero in grado di camminare all’aperto una notte intera d’inverno con la pioggia. Però non volevo guastarmi il buon umore della serata, né con la pioggia né con la gotta né con l'araucaria, e se non era possibile avere un’orchestra da camera o un amico solitario col violino, la dolce melodia squillava tuttavia nel mio cuore e io potevo sonarla da me, per accenni, sussurrandola fra le labbra e ritmando il respiro. Camminavo immerso nei miei pensieri. Sì, era possibile vivere anche senza la musica da camera, anche senza l’amico, ed era ridicolo sfinirsi in un’impotente nostalgia di tepore. La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri. 


HERMANN HESSE (1877 – 1962), Il lupo della steppa (1927), traduzione, introduzione, antologia critica e bibliografia a cura di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1987 (VII ristampa dell’edizione 1979, prima edizione 1946), Memorie di Harry HallerSoltanto per pazzi, pp. 93 – 94.


     Zögernd trat ich den Heimweg an, schlug den Mantelkragen hoch und stieß den Stock aufs nasse Pflaster. Mochte ich den Weg noch so langsam zurücklegen, allzubald würde ich wieder in meiner Mansarde sitzen, in meiner kleinen Scheinheimat, die ich nicht liebte und doch nicht entbehren konnte, denn die Zeit war für mich vorüber, wo ich eine winterliche Regennacht laufend im Freien verbringen konnte. Nun, in Gottes Namen, ich wollte mir die gute Abendlaune nicht verderben lassen, nicht vom Regen, nicht von der Gicht, nicht von der Araukarie, und wenn kein Kammerorchester zu haben und auch kein einsamer Freund mit einer Violine zu finden war, so klang jene holde Melodie doch in mir innen, und ich konnte sie, leise summend im rhythmischen Atemholen, doch andeutend mir selber vorspielen. Sinnend schritt ich weiter. Nein, es ging auch ohne die Kammermusik und ohne den Freund, und es war lächerlich, sich in machtlosem Verlangen nach Wärme zu verzehren. Einsamkeit ist Unabhängigkeit, ich hatte sie mir gewünscht und mir erworben in langen Jahren. Sie war kalt, o ja, sie war aber auch still, wunderbar still und groß wie der kalte stille Raum, in dem die Sterne sich drehen. 


HERMANN HESSE, Der Steppenwolf (S. Fischer Verlag, Frankfurt am Main 1927), in ID., Gesammelte Schriften, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1968, Sieben Bände, Band 4, Harry Hallers AufzeichnungenNur  für Verrückte, S. 220.  

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