mercoledì 20 settembre 2017

Luigi Pirandello. Un pretesto per darsi uno sfogo



Non si perdeva lei, no: morto il marito, che aveva vent’anni più di lei, pur dovendo attendere a quelle due creaturine, aveva avuto la forza di ripigliare gli studii interrotti all’ultimo anno; aveva preso il diploma; poi, avvalendosi del buon nome lasciato dal marito e delle molte aderenze ch’egli aveva, facendo anche considerare le sue tristi condizioni, era riuscita a ottenere una classe aggiunta in una scuola complementare. Ma la retribuzione, insieme con la pensioncina del marito, non bastava o bastava appena appena.
Se avesse voluto... Non vestiva bene; non si curava più per nulla di sé; si pattinava, là, alla svelta, ogni mattina; s’appuntava un cappellino che non era più neanche di moda; e via alla scuola, senza guardare mai nessuno; eppure, se avesse voluto, già due partiti. Chi sa perché, anche quella sera là, mentre andava frettolosa fra le sue bambine, tutti si voltavano a mirarla; e pioveva! Figurarsi, però, se lei avrebbe voluto mai dare un altro babbo a Dinuccia e a Mimì. Pazzie! pazzie!
Quell’ammirazione, intanto, quegli sguardi ora arditi e impertinenti, ora languidi e dolci, colti a volo per via, con apparente fastidio o anche, certe volte, con sdegno, le cagionavano in fondo una frizzante ebbrezza: le ilaravano lo spirito; davano quasi un sapore eroico a quella sua rinunzia al mondo, e le facevano stimar bello e lieve il sacrifizio per il bene delle due figliuole.
Era un po’ il piacere dell'avaro, il suo: dell’avaro che non soffre tanto delle privazioni a cui s’assoggetta, pensando che, se volesse, potrebbe godere senz’alcuna difficoltà.
Ma che sarebbe dell’avaro, se da un momento all’altro l’oro del suo forziere perdesse ogni valore?
Ebbene, certi giorni, senza saper perché, o meglio, senza volersene dire la ragione, ella cadeva in una cupa irrequietezza; era agitata da una sorda irritazione, che cercava in ogni più piccola contrarietà (e quante ne trovava, allora!) un pretesto per darsi uno sfogo. Le erano mancati per via quegli sguardi, quell’ammirazione. E segnatamente sulla maggiore delle figliuole, su Dinuccia, si scaricava allora la maligna elettricità di quelle torbide giornate. La piccina, senza saperlo, attirava quelle scariche col suo visino pallido, silenziosamente vigile, coi suoi sguardi attoniti e serii, che seguivano la mammina furiosa, la mammina che si sentiva spiata e credeva di scorgere un rimprovero in quell’attonimento penoso e in quello sguardo serio e indagatore.
– Stupida! – le gridava.
Stupida, perché? Perché non capiva la ragione per cui la mammina era così nervosa, quel giorno, e cattiva? Ma se non voleva capirla neanche lei, questa ragione! Era soltanto meravigliata, la piccina, di non vederla gaja come gli altri giorni, ecco. Meravigliata? Si meravigliava a torto; perché non tutti i giorni si può essere gaj; e non era mica gioconda per la mammina quella vita di stenti e d’angustie. Lo sapeva bene lei sola, quanti pensieri e quanti bisogni e quante difficoltà.
Soffocava così il rimorso d’aver maltrattato e fatto piangere ingiustamente la bambina. Erano più veri sì, i pensieri, gli stenti, i bisogni, le angustie, le difficoltà; ma il non voler confessare a se stessa la vera ragione della sua tristezza e della sua nervosità la rendeva ancora più triste e nervosa.
Per fortuna, c’era l'altra piccina, Mimì, che faceva ogni volta il miracolo di rasserenarla tutt’a un tratto, con qualcuno de’ suoi vezzi infantili, pieni di grazia, irresistibili.



LUIGI PIRANDELLO (1867 – 1936), da L’ombrello (I edizione in «Novissima. Albo d’Arti e Lettere», rivista annuale fondata da Edoardo De Fonseca, 1909, anno IX), in ID., Novelle per un anno (15 voll., Bemporad, Firenze, 1922-1928; Mondadori, Milano, 1934-1937), a cura e introduzione di Sergio Campailla, premesse informative di Italo Borzi, Newton Compton, Roma 2016 (II edizione, I ed. 2011), Il viaggio (I edizione Bemporad, Firenze 1928), pp. 1043 – 1044.








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