mercoledì 11 ottobre 2017

Leonardo Sciascia. Nel rapporto tra mafia e politica


Tra le istituzioni e la mafia si era stabilita una convivenza e connivenza, a tal punto che un funzionario o un maresciallo dei carabinieri che rifiutava un tal modus vivendi veniva sollecitamente trasferito. Non c’era, insomma, bisogno d’ammazzarlo. Ma venne il centrosinistra (se ne può dire tutto il male che si vuole, ma a qualcosa è servito) e venne la commissione d’inchiesta sulla mafia. Sia da una parte del mondo politico siciliano e nazionale che dalla mafia, fu instaurata e portata avanti come una specie di gioco delle parti. Ma qualcosa si doveva pur fare: e quando a lungo ci si cala nel gioco, il gioco finisce col non esser più gioco. Come nella commedia di Pirandello, calandosi nel gioco dell’onestà qualcuno ha finito con sentirne il piacere: e in ciò sollecitato dal fatto che la mafia aveva assunto il monopolio della droga, e dunque pericoloso diventava il continuare a starci dentro o vicini. Nel rapporto tra mafia e politica, credo si possa oggi fare questa graduatoria: i politici che hanno rifiutato legami ereditati o appena stabiliti; i politici che vogliono defilarsi e ancora non possono; i politici che, o accorgendosi che non possono o per naturale vocazione, non vogliono. Di un tale movimento, ovviamente, la mafia ha preso coscienza: e da ciò la sua rabbiosa reazione. 

LEONARDO SCIASCIA (1921 – 1989), A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano 2012 (V edizione Tascabili Bompiani, I edizione 1989), L’Espresso, 15 maggio 1983, p. 68.




Nessun commento:

Posta un commento