domenica 26 novembre 2017

Edgar Allan Poe. L’induzione a posteriori


Sarebbe stato più saggio, più sicuro classificare (se dobbiamo classificare) sulla base di quello che l’uomo normalmente e occasionalmente ha fatto, e sempre occasionalmente continua a fare, piuttosto che sulla base di quanto considerava sottinteso che la divinità intendeva facesse. Se non possiamo comprendere Iddio nelle sue azioni visibili, come potremmo mai intendere i suoi insondabili pensieri che le mettono in essere? Se non possiamo comprenderlo nelle sue creature oggettive, come potremmo intenderlo negli aspetti soggettivi e nelle fasi della creazione?
L’induzione a posteriori avrebbe condotto la frenologia ad ammettere, come innato e primordiale principio delle azioni umane, un qualcosa di paradossale che possiamo chiamare perversione, in mancanza di un termine più specifico, nel senso che intendo io, cioè di fatto un mobile senza movente, un motivo non motiviert. Per effetto dei suoi impulsi noi agiamo senza uno scopo comprensibile; oppure, se ciò può sembrare una contraddizione in termini, possiamo modificare la proposizione e affermare che, a causa di questi impulsi, noi agiamo per la ragione che non dovremmo. In teoria non c’è ragione più irragionevole, ma, di fatto, non ce n’è una più forte e, per alcune menti, in determinate condizioni, essa diventa assolutamente irresistibile. Non sono più sicuro di respirare di quanto non lo sia del fatto che la certezza del torto o dell’errore di una qualche azione è spesso un’invincibile forza che ci sospinge, e sola ci spinge verso il compimento di tale azione. Né questa incontenibile tendenza a fare il male per il gusto di farlo, ammette altri elementi di analisi o di soluzioni: è un impulso radicale primordiale, elementare.



EDGAR ALLAN POE (1809 – 1849), Il genio della perversione (1845), traduzione di Daniela Palladini, in ID., Tutti i racconti, le poesie e le «Avventure di Gordon Pym», introduzione e nota bibliografica di Tommaso Pisanti, Newton Compton, Roma 2016 (II ed., I ed. 2009), Tutti i racconti del mistero, dell’incubo e del terrore, (pp. 36 – 41), pp. 36 – 37.




It would have been safer to classify – if classify we must – to classify upon the basis of what man usually or occasionally did, and was always occasionally doing, rather than upon the basis of what we took it for granted the Deity intended him to do. If we cannot comprehend God in his visible works, how then in his inconceivable thoughts, that call the works into being? If we cannot understand him in his objective creatures, how then in his substantive moods and phases of creation?
Induction à posteriori would have brought Phrenology to admit, as an innate and primitive principle of human action, a paradoxical something which, for want of better term, we may call Perverseness. In the sense I intend, it is, in fact, a mobile without motive – a motive not motivirt. Through its promptings we act without comprehensible object. Or, if this shall be understood as a contradiction in terms, we may so far modify the proposition as to say that through its promptings we act for the reason that we should not. In theory, no reason can be more unreasonable, but in reality there is none more strong. With certain minds, under certain circumstances, it becomes absolutely irresistible. I am not more certain that I breathe, than that the conviction of the wrong or impolicy of an action is often the one unconquerable force which impels us, and alone impels us, to its prosecution. Nor will this overwhelming tendency to do wrong for the wrong’s sake, admit of analysis, or resolution into ulterior elements. It is a radical, a primitive impulse-elementary.


EDGAR ALLAN POE, The Imp of the Perverse, in «Graham’s Magazine», by George Rex Graham, editor Edgar Allan Poe, Philadelphia, July 1845, Vol. XXVII, No.1, p. 1, col. 2.

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