mercoledì 8 novembre 2017

Thomas Bernhard. In uno stato di angoscia estrema


Come so, da principio egli si barricò nel casino di caccia per tre settimane, poi si recò dai boscaioli e li molestò con il suo problema. Ma il fatto è che le persone semplici non capiscono le persone complicate e con più spietatezza di chiunque altro le inducono a ritrarsi in se stesse, pensai. L’errore più grande che possiamo fare è credere che le cosiddette persone semplici siano in grado di salvarci. Ci rivolgiamo a loro in uno stato di angoscia estrema, li imploriamo letteralmente di salvarci, e quelli invece ci spingono ancora più a fondo nella disperazione. E come potrebbero, pensai, salvare un individuo stravagante dalla sua stravaganza. Dopo essere stato abbandonato dalla sorella, pensai, Wertheimer non aveva altra scelta se non quella di togliersi la vita. Voleva pubblicare un libro ma non c’è riuscito perché ha seguitato a modificare il suo manoscritto, lo ha modificato talmente spesso che alla fine di quel manoscritto non è rimasto più nulla, in realtà i cambiamenti del manoscritto altro non erano che la totale cancellazione del manoscritto stesso, di cui alla fine non è rimasto che il titolo, che era Il soccombente. Ormai non ho nient'altro che il titolo, diceva a me, e questo è un bene. Non so, aveva detto, se avrò la forza di scrivere un secondo libro, non credo, se fosse uscito Il soccombente, così diceva, pensai, sarei stato costretto a togliermi la vita. 


THOMAS BERNHARD (1931 – 1989), Il soccombente (1983), traduzione di Renata Colorni, Adelphi, Milano 1985 (I edizione), pp. 63 – 64.


Wie ich weiß, hat er sich zuerst drei Wochen im Jagdhaus eingesperrt, ist dann zu den Holzknechten gegangen und hat sie mit seinem Problem belästigt. Die einfachen Leute aber verstehen die Komplizierten nicht und stoßen sie in sich selbst zurück, rücksichtsloser als alle andern, dachte ich. Der größte Irrtum ist es, zu glauben, die sogenannten einfachen Leute erretteten einen. Man geht zu ihnen in äußerster Bedrängnis und bettelt sie förmlich an um Errettung und sie stoßen einen nur noch tiefer in die Verzweiflung hinein. Und wie kommen sie auch dazu, den Extravaganten in seiner Extravaganz zu retten, dachte ich. Wertheimer hatte gar keine andere Wahl, als sich umzubringen, nachdem ihn die Schwester verlassen hat, dachte ich. Ein Buch hat er veröffentlichen wollen, aber dazu ist es nicht gekommen, weil er sein Manuskript immer wieder geändert hat, so oft und solange geändert, bis von dem Manuskript nichts mehr dagewesen ist, die Veränderung seines Manuskripts war nichts anderes, als das völlige Zusammenstreichen des Manuskripts, von dem schließlich nichts als der Titel Der Untergeher übriggeblieben ist. Jetzt habe ich nurmehr noch den Titel, sagte er zu mir, das ist gut so. Ich weiß nicht, ob ich die Kraft habe, ein zweites Buch zu schreiben, ich glaube nicht, hatte er gesagt, wäre Der Untergeher erschienen, sagte er, dachte ich, hätte ich mich umbringen müssen. 


THOMAS BERNHARD, Der Untergeher, Suhrkamp Taschenbuch, Frankfurt am Main 1988 (Erste Auflage   1983), S. 52 – 53.

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