domenica 12 novembre 2017

Yukio Mishima. Potevo credere di combattere



“ Sono figlio di un prete Zen de dintorni di Sannomiya, e sono deforme dalla nascita. Fatto questo preambolo tanto per confessione, penserai che sono uno di quei poveri disgraziati che si sfogano con il primo che capita; ma non è vero. Mi vergognavo anch’io di parlare delle mie deformità, ma fin dalla prima volta che ti ho visto, ti ho prescelto come mio confidente. Voglio dire che, sapere quel che ho fatto io fino ad oggi, può esserti della massima importanza, e forse ti gioverebbe moltissimo seguire la mia stessa strada: per questo ho scelto te. Come saprai, avviene la medesima cosa alla gente religiosa che fiuta il compagno di fede, o agli astemi che individuano i loro pari.
“ Ma sí: mi vergognavo delle mie condizioni. Credevo che fosse umiliante riconciliarmi con esse e con esse vivere in armonia. Motivi di rancore certo ne avevo. Da bambino, avrebbero dovuto farmi operare i miei genitori; adesso è troppo tardi. Ma che m’importa di loro? Il rancore è solo una perdita di tempo.
“ Ero convinto che nessuna donna mi avrebbe mai amato. Come forse anche tu sai, questa è una convinzione che dà pace e conforto piú di quanto gli altri possano immaginare. E non era necessariamente in contrasto con la decisione di non riconciliarmi con le mie condizioni. Se avessi creduto di poter essere amato nel mio stato, allora sí che mi sarei riconciliato con esso. Capii che il coraggio di giudicare esattamente la realtà può facilmente combinarsi con quello di combattere tale giudizio. Senza agitarmi, potevo credere di combattere. 


YUKIO MISHIMA (1925 – 1970), Il Padiglione d’oro (Kinkakuji, Shinchosha, Tokyo 1959), traduzione dal giapponese di Mario Teti, Garzanti 1971 (I edizione 1962), Capitolo quarto, pp. 91 – 92.



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