domenica 31 dicembre 2017

Henry James. Un’illustre tradizione interrotta


Certo è che, pur avendo sempre colto, insieme a miriadi di altri vecchi sentimenti e tristi motivi, una nota di tristezza associata al panorama di Firenze, qui essa mi è sembrata particolarmente marcata. «Bella, bellissima, ma mi fa sentire depresso»: ecco quello che non può fare a meno di mormorare tra sé lo straniero sensibile, quando nel pomeriggio si ferma a guardare il paesaggio da uno di quei bassi parapetti e poi, con le mani in tasca, si volta per rientrare per il pranzo, alla luce delle candele.

In basso, in città, passeggiando per le strade, entrando nei musei e nelle chiese, era impossibile non provare     quasi lo stesso sentimento; solo che qui l’impressione che si riceveva era più facile da analizzare. Essa scaturiva come da un senso di perfetta separatezza di tutte le grandi opere del Rinascimento dal presente e dal futuro, dai costumi, dalla vita di oggi, dall’ideale del luogo. Ho già parlato del modo in cui la vasta aggregazione di stupendi capolavori d’arte nelle città italiane colpisca il turista dei nostri giorni – per quel tanto che l’Italia moderna vi è implicata – come un puro e semplice ammassarsi di merce nei negozi pieni di gente senza molto denaro, ma frugale. È questa solitudine spirituale. Questo consapevole isolamento dei grandi capolavori dell’architettura e della scultura a porre un certo peso nel cuore; quando vediamo un’illustre tradizione interrotta, proviamo quasi la stessa pena che ad udire un grido soffocato. Ma il rimpianto è una cosa, il risentimento un’altra.



HENRY JAMES (1843 – 1916), Ore italiane (1909), a cura e prefazione di Attilio Barilli, tradizione di Claudo Salone, Garzanti «I libri della spiga», Milano 1984 (prima edizione), Ritorno in Italia (1877), IV - V, pp. 153 – 154.




Certain it is that, having always found this note as of a myriad old sadnesses in solution in the view of Florence, it seemed to me now particularly strong. «Lovely, lovely, but it makes me ‘blue’», the sensitive stranger couldn't but murmur to himself as, in the late afternoon, he looked at the landscape from over one of the low parapets, and then, with his hands in his pockets, turned away indoors to candles and dinner.

Below, in the city, through all frequentation of streets and churches and museums, it was impossible not to have a good deal of the same feeling; but here the impression was more easy to analyse. It came from a sense of the perfect separateness of all the great productions of the Renaissance from the present and the future of the place, from the actual life and manners, the native ideal. I have already spoken of the way in which the vast aggregation of beautiful works of art in the Italian cities strikes the visitor nowadaysso far as present Italy is concernedas the mere stock-in-trade of an impecunious but thrifty people. It is this spiritual solitude, this conscious disconnection of the great works of architecture and sculpture that deposits a certain weight upon the heart; when we see a great tradition broken we feel something of the pain with which we hear a stifled cry. But regret is one thing and resentment is another. 


HENRY JAMES, Italian Hours (illustrated by Joseph Pennell, W. Heinemann, London 1909), in ID., Collected Travel Writings, notes by Richard Howard, The Library of America, New York 1993, Italy Revisited (1877), IV – V, pp. 403 – 404.


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