mercoledì 17 gennaio 2018

Gabriele d'Annunzio. La mia oscurità non è limitata dall'oscurità ma è tutto il buio


    Le quattro assi sembrano più strette
intorno al corpo.
   Le sento contro le anche : ne sento
una contro le piante dei piedi, una
contro il cranio.
   E il coperchio è inchiodato.
   Nessuna allucinazione, nessuna apparizione.
   Tutto è nero, come in fondo a un
vaso dove il liquido si rappiglia in
falde pallidissime che calano al fondo
e si posano.
   Se sospiro, la sollevazione del petto
sembra sollevare quel fondiglio che
risale e ondeggia nell’olio nero. E
ogni sospiro cresce l’angoscia.
   Chiamo. Prego che la finestra sia
aperta, che l’aria fresca entri.
   Sento l’aria entrare nella mia bocca
come un’acqua viva.
   Mi tendo fino all'estremità dell’orizzonte
dove l’aria deve essere
già rischiarata dall’alba, per prenderne
un sorso.
   D’un tratto ho un corpo immenso.
   La mia oscurità non è limitata
dall’oscurità ma è tutto il buio.
   Le quattro assi sono cadute. Tutto
il mio corpo sembra aerarsi.
   Il cerchio luminoso si riforma e
passa. Saturno ha perduto uno dei
suoi anelli che viaggia sospeso nella
notte.
   È un’aureola che cerca un capo
da cingere.
   Odo l’infermiera che dice, presso
la finestra : « Basta così ? » — « No.
Ancóra ».
   Ella dice : « Che notte chiara ! La
luna è alta. Si potrebbe leggere ! »
   Allora perdo la mia immensità. Ridivento
un corpo nero fra quattro assi.
   Non ho i confini della notte ma
quelli della mia miseria.
   Non sento più il sapore dell’aria
notturna, ma quello della mia bocca
di metallo.
   La finestra si chiude come un coperchio
su me.
   Ho l’impeto di strappare le bende
e di balzare in piedi.
   La volontà sorge dal cuore disperato
e mi rinchioda.
   Lo sforzo mi produce il calore
D’una febbre subitanea.
   Brucio. Il sudore stilla come un
pianto che non trovi più la via degli
occhi.



GABRIELE D’ANNUNZIO (1863 – 1938), Notturno (maggio – giugno 1916, durante il periodo di cecità dell’A. ferito ad un occhio in una missione aerea), con dodici incisioni di Adolfo De Carolis (1874 – 1928), Treves, Milano 1921 (prima edizione), Seconda offerta, pp. 235 – 237.







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