mercoledì 3 gennaio 2018

Gore Vidal. Confucio si accingeva a sovvertire la tradizione



     Benché Confucio mi invitasse a fargli domande, non gliene facevo quasi mai in presenza di altri. Preferivo interrogarlo quando si era a tu per tu. Avevo inoltre scoperto che, quando aveva una canna da pesca in mano era più che mai comunicativo. Mi faceva persino domande e ascoltava attento le mie risposte. Quindi, fu con mia sorpresa che gli feci una domanda di fronte ai discepoli, quel giorno. Forse risentivo della tensione generale. Il figlio di Confucio stava morendo. Yen Hui era malato. Il Maestro era tanto offeso dalle nuove tasse che c’era il rischio d’uno scisma fra i suoi seguaci. Per distrarlo, oltreché per imparare, gli chiesi: «Ho notato che, in alcune parti del Regno di Mezzo, uomini e donne vengono messi a morte quando muore un Signore. È ciò lecito agli occhi del cielo?»
     Tutti mi guardarono. Dacché non v’è società al mondo che non perpetui le sue antiche usanze con il profondo imbarazzo dei suoi più illuminati contemporanei, la mia domanda era alquanto inopportuna.
     Confucio scosse la testa, come per condannare con un gesto eloquente una tradizione che era obbligato a spiegare se non a giustificare. «Fin dai tempi dell’Imperatore Giallo, la tradizione vuole che quando un grande muore porti con sé i suoi schiavi più fedeli. In occidente, tale usanza è ancora in auge, come tu stesso hai osservato nel Ch’in. Qui in oriente, siamo meno tradizionalisti. È per via del Duca di Chou, le cui parole al riguardo pongono la questione sotto un’altra luce.»
     Quando Confucio menzionava il Duca di Chou, potevi star certo che s’accingeva a sovvertire la tradizione in nome del leggendario fondatore Lu, i cui detti non sembravano mai contraddire le tesi di Confucio. «Siccome i nostri Sovrani vogliono essere serviti nella tomba come lo furono in vita – legittimo desiderio, in accordo con la tradizione – è invalso il costume di mettere a morte ogni sorte di uomini e donne, cavalli e cani. Ciò è opportuno, fino a un certo punto: punto che il Duca di Chou ha magnificamente illustrato, come ogni altra cosa. Egli notò che i cadaveri si guastano e la carne torna terra, ben presto. La più bella concubina dopo non molto perde le sue forme e si trasforma in argilla. Allora il Duca di Chou disse: ‹Dato che quelle persone uccise si trasformano in argilla, esse perdono la loro originaria forma e funzione. Quindi, alla carne peritura, sostituiamo immagini d’argilla, rese mediante il fuoco forme imperiture. Nell’un caso e nell’altro il gran Signore è circondato da polvere e fango. Ma se le immagini intorno a lui son fatte d’un fango che conserva la sua forma, allora, il suo spirito sarà in grado di rimirare i suoi schiavi fedeli in eterno.›»
     I discepoli si mostrarono contenti. 


GORE VIDAL (1925 – 2012), Creazione (1981, edizione integrale ampliata 2002), traduzione di Pier Francesco Paolini, Garzanti, Milano 1983 (prima edizione), Libro sesto Il Catai, 5, pp. 396 – 397.



Copertina della prima edizione


     
     Although Confucius encouraged me to ask questions, I seldom did when others were present. I preferred to question the sage when we were alone together. I had also discovered that when he had a fishing rod in his hand, he was at his most communicative. He would even ask me questions, and listen carefully to the answers. Therefore, it was to my own surprise that I found myself asking Confucius a question in front of the disciples. I suppose that I was affected by the general tension . Confucius' son was dying; Yen Hui was ill; the master was so outraged by the new taxes that schism within the ranks of the disciples was a distinct possibility. In order to distract, as well as to I heard myself ask, "I have noticed that in parts of the Middle Kingdom, men and women are put to death when a great lord dies. In the eyes of heaven, is this seemly, Master?
     All eyes were suddenly turned upon me. Since there is not a society on earth that not perpetuate ancient customs which profoundly embarrass thoughtful contemporaries, my question was definitely unseemly.
     Confucius shook his head, as if to condemn with a physical gesture a practice that he was obliged to explain if not justify. «Since the time of the Yellow Emperor, it has been the custom for the great people who have died to take with them their loyal slaves. In the west the custom still flourishes, as you witnessed in Chʼin. We are less traditional here in the east. But that is because of the duke of Chou, whose words on the subject place the whole matter in a somewhat different light».
     Whenever Confucius mentioned the duke of Chou, one could be fairly certain that he himself was about to subvert custom in the name of the legendary founder of Lu, whose sayings seemed never to contradict Confucius’ own views of things. «Since our rules like to be served in in their tombs as they were served in their palaces – a seemly desire and entirely traditional – it has been the custom to put to death all sorts of useful men and women, horses and dogs. This is proper, up to a point – a point that the duke of Chou elucidated so beautifully, as he did everything. He noted the fact that human bodies quickly deteriorate and that their flesh soon turns to earth. In no time at all, the most beautiful concubine that ever lived will lose her form and turn to common clay. Now, the duke of Chou said, ‹When these slaughtered men and women turn to clay, they lose their original shape and function. So let us substitute for temporary flesh, true clay images that have been so fired that they will last forever. In either case, the great lord is surrounded by clay. But if the images about him are made of clay that has kept its shape, then his spirit will be able to gaze upon the loyal slaves forever›».
     The disciples were pleased. 


GORE VIDAL, Creation. A Novel, with a foreword by Anthony Burgess (in 99 Novels:The Best in English Since 1939, Summit Books, Mono, Ontario, Canada 1984), Doubleday, New York 2002 (restored edition, first published Random House, New York 1981), Book seven ‘Cathay’, 5, p. 472.























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