mercoledì 14 febbraio 2018

Ernesto Ragazzoni. Un raggio di Sua Luminosa Maestà il Sole



Un raggio di sole, (ma è un apologo molto tenue, badate) era assai curioso di conoscere che cosa accadesse, partito lui, sovra la terra, un raggio di sole, insomma che aveva un’inclinazione grandissima… a fare il nottambulo. Era un raggio sottile, irrequieto, un diavolo di raggio che trovava sempre il modo di ficcarsi là dove nessuno dei suoi milioni di miliardi di fratelli riusciva a penetrare mai e la cui grande occupazione era scoprire fenditure ignorate per guardare nelle caverne, e interstizi insospettati tra il fogliame delle foreste, pe mettere nell’ombra umida e fresca, sulle erbe sepolte, il suo vivo occhio d’oro. Molte cose aveva visto che nessuno aveva veduto e forse non vedrà mai, ma gli restava di vedere la notte. Un tramonto d’estate, all’ora in cui la brezza si leva a scampanellare pei rami, lungo i prati, sulle acque, la ritirata del giorno, egli non rispose all’appello. Vide i suoi compagni, in ritardo, battere in fretta l’ultimo lampo sulle aste dei campanili, sulle nuvole lontane, sui picchi che subito dopo diventavano di cenere ma egli cheto, rimpiattato sotto un sasso, rimase ad aspettare. La notte venne ed egli uscito dal suo nascondiglio cominciò a guardarsi intorno.
Oh! La sua curiosità doveva ben giovargli! e non stette molto, l’incauto, a saperlo. Non si può, fuor di tempo e di luogo, essere impunemente luce.
La sua presenza, subito avvertita e segnalata di cespuglio in cespuglio, di pianta in pianta, traverso tutto il bosco, sorprese, indispettì, allarmò, e fu come se in un campo nemico corresse voce di una spia. Inquiete, diffidenti, le cose della notte che sentivano errare intorno lo sguardo importuno che veniva a cercarle entro l’oscurità, si stringevano, mormorando le une presso le altre, o si facevano cenni di stare in guardia. Una melodia di usignolo si ruppe a mezzo, ciò che fece un gran dispiacere al chiaro di luna, che si era rannicchiato tra i rami ad ascoltare, ed i trilli minuti di cui risonavano le erbe si spensero: «Attenti, ragazzi, un intruso!» ammonì un padre fungo ad una turba di sua minuscola prole sul punto di far capolino e che rimase però rincantucciata perché i funghi non amano che li si sorprendano a nascere; ed alcune caste Susanne di corolle, intimidite di sentirsi osservate e non osando prendere il loro solito bagno di rugiada, protestavano più apertamente: «Oh! che non v’è nessuno che ci presti una foglia di fico?».
Del che rimase male assai il raggio i quale, abituato al saluto esultante delle cose, ovunque sul suo passo – messaggero della Sua Luminosa Maestà il Sole – non sapeva capacitarsi di essere diventato ora oggetto di sospetti e di paure.



ERNESTO RAGAZZONI (1870 – 1920), da Veridica e genuina storia del Raggio nottambulo curioso e vagabondo («Il Tempo», Roma 20 gennaio 1919), in ID., Le mie invisibilissime pagine (pp. 32-39), notizia e note a cura di Anna Bujatti (Lo strano poeta), Sellerio – Il divano (65), Palermo 1993 (prima edizione), pp. 32 – 34.




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