domenica 18 marzo 2018

Gottfried Benn. Cosa sono mai i cervelli?



Una sera scese nelle verande; guardò la lunga serie di sedie a sdraio dove sotto le coperte tutti aspettavano in silenzio la guarigione; guardò come stavano lì distesi: uscivano tutti da paesi natali, da un sonno pieno di sogno, da ritorni a casa, da conti di padre a figlio, tra felicità e morte – percorse la veranda con lo sguardo e tornò indietro.
Venne richiamato il primario, era un uomo cortese, disse che una delle sue figlie si era ammalata. Ma Rönne disse: veda, in queste mie mani li ho tenuti, cento e anche mille; alcuni erano molli, altri duri, tutti prossimi al disfacimento; uomini e donne, frolli e pieni di sangue. Ora tengo sempre il mio nelle mani e devo sempre indagare quel che posso fare di me. Se qui il forcipe avesse premuto in po’ di più sulla tempia…? Se mi avessero colpito sempre sullo stesso punto della testa…? Cosa sono mai i cervelli? Da sempre avrei voluto volar via, come un uccello dalla forra; ora vivo fuori nel cristallo. Ma ora, vi prego, lasciatemi andare, torno a librarmi – ero così stanco – su ali è questo andare – con la mia azzurra spada di anemoni – nel crollo meridiano della luce – nelle macerie del Sud – nel disfarsi delle nubi – fronte polverizzata – tempia dissolta.


GOTTFRIED BENN (1886 – 1956), Cervelli (1916), traduzione e nota a cura di Maria Fancelli, con un saggio di Roberto Calasso, Adelphi, Milano 1986 (prima edizione), pp. 18 – 19.





       Eines Abends ging er hinunter zu den Liegehallen; er blickte die Liegestühle entlang, wie sie alle still unter ihren Decken die Genesung erwarteten; er sah sie an, wie sie dalagen: alle aus Heimaten, aus Schlaf voll Traum, aus Abendheimkehr, aus Gesängen von Vater zu Sohn, zwischen Glück und Tod – er sah die Halle entlang und ging zurück.
       Der Chefarzt wurde zurückgerufen; er war ein freundlicher Mann, er sagte, eine seiner Töchter sei erkrankt. Rönne aber sagte: sehen Sie, in diesen meinen Händen hielt ich sie, hundert oder auch tausend Stück; manche waren weich, manche waren hart, alle sehr zerfließlich; Männer, Weiber, mürbe und voll Blut. Nun halte ich immer mein eigenes in meinen Händen und muß immer darnach forschen, was mit mir möglich sei. Wenn die Geburtszange hier ein bißchen tiefer in die Schläfe gedrückt hätte...? Wenn man mich immer über eine bestimmte Stelle des Kopfes geschlagen hätte...? Was ist es denn mit den Gehirnen? Ich wollte immer auffliegen wie ein Vogel aus der Schlucht; nun lebe ich außen im Kristall. Aber nun geben Sie mir bitte den Weg frei, ich schwinge wieder - ich war so müde – auf Flügeln geht dieser Gang – mit   meinem blauen Anemonenschwert – in Mittagsturz des Lichts - in Trümmern des Südens – in zerfallendem Gewölk – Zerstäubungen der Stirne – Entschweifungen der Schläfe. 


GOTTFRIED BENN, Gehirne. Novellen (Wolf, Leipzig 1916), herausgegeben von Jürgen Fackert, Reclam, Ditzingen 1974, S. 8.






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