domenica 11 marzo 2018

Yasunari Kawabata. Accanto a una ragazza immersa nel sonno


Di solito, Eguchi per addormentarsi adoperava un po’ di brandy: era di sonno leggero e predisposto agli incubi. Al punto che non poteva non riandare con la mente ai versi scritti da una poetessa morta giovane di cancro, sulle notti insonni: «Ciò che mi prepara la notte/rospi, neri cani, annegati e altri tormenti». Anche adesso se ne rammentò: quella che dormiva – meglio, che era stata costretta a dormire – nella camera accanto, non rientrava in un certo senso nella categoria degli «annegati e altri tormenti»? Questo pensiero non lo faceva decidere neppure ad alzarsi. Non aveva domandato con che cosa avessero fatto dormire la ragazza, che sembrava esser piombata in un sonno d’innaturale incoscienza, e forse aveva una pelle plumbea rovinata dalla droga, le occhiaie fonde, le costole sporgenti, vizza e rinsecchita. Forse era una ragazza gonfia e molle. Forse mostrava le gengive sgradevolmente macchiate di viola e russava. Il vecchio Eguchi, nei suoi sessantasette anni di vita, aveva trascorso con le donne squallide notti, uno squallore che non poteva dimenticare. Non era la bruttezza del volto, ma qualcosa che nasceva dall’infelice difformità della vita della donna. Alla sua età, Eguchi non voleva aggiungere un altro squallido incontro: a questo pensava dopo essere venuto in quella casa, nel momento decisivo. C’è qualcosa di più brutto di un vecchio che si accinge a trascorrere la notte disteso accanto a una ragazza immersa nel sonno al punto da non poter aprire gli occhi nemmeno un istante? Eguchi non era forse venuto in quella casa per scoprire fino in fondo la bruttezza della vecchiaia?



YASUNARI KAWABATA (1899 – 1972. Premio Nobel per la letteratura nel 1968), La casa delle belle addormentate (1961), prefazione di Yukio Mishima (traduzione di Aldo Chiaruttini), traduzione di Mario Teti, Mondadori, Milano 1986 (I edizione 1972), I, pp. 18 – 19.







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