domenica 8 aprile 2018

Platina. Il tartufo è un eccitante della lussuria



       I tartufi, che opportunamente chiameremo callosità del terreno, non sono attaccati a fibre o filamenti di sorta, essendo circondati di terra da ogni parte. Non escono dal luogo in cui vegetano attraverso le crepe del terreno. Nascono in zone asciutte, sabbiose e feconde di frutti. Quando sono del peso di una libbra, superano spesso la grandezza di un cotogno. Vi sono due varietà di tartufi, una sabbiosa e nociva ai denti, l’altra pura e pulita. È possibile distinguerli dal colore rosso e nero, e bianco all’interno. I piú apprezzati nascono in Africa; il pretore Licinio, mentre ne stava mangiando, si spezzò un dente con una moneta: dal che si deduce che i tartufi possono formare un agglomerato unico insieme con la terra. Sono ritenuti piú carnosi quelli che si raccolgono intorno a Damasco in Siria o sull’Olimpo in Grecia. Nascono al cadere delle piogge autunnali, quando i tuoni sono più frequenti, e non durano piú d’un anno. Sono considerati piú teneri quelli primaverili. Mirabile è il fiuto della scrofa di Norcia, la quale sa riconoscere il luogo in cui nascono e inoltre li lascia intatti, quali li ha trovati, non appena il contadino le accarezzi l’orecchio. Si cuociono nella cenere calda dopo averli lavati col vino. Quando sono cotti e rimondi e cosparsi di pepe, si devono imbandire ancor caldi ai convitati, di seguito a un piatto di carne. È questo un cibo nutriente, come piace credere a Galeno, ed è un eccitante della lussuria. Perciò è servito frequentemente nei pruriginosi banchetti di uomini ricchi e raffinatissimi che desiderano essere meglio preparati ai piaceri di Venere. Se questo è fatto al fine di procreare, è cosa lodevole. Se invece si fa a scopo di libidine (come son soliti fare parecchi oziosi e intemperanti), è cosa quanto mai detestabile. 


PLATINA (BARTOLOMEO SACCHI 1421 – 1481), Il piacere onesto e la buona salute (Roma 1474, senza indicazioni bibliografiche, prima traduzione in volgare Girolamo de’ Sanctis e Cornelio, Venezia 15 XII 1487), in L’arte della cucina in Italia, a cura, introduzione e nota bibliografica di Emilio Faccioli, Einaudi, Torino 1992 (seconda edizione, prima edizione 1987), Libro IX, Capitolo CCCXLVIII Dei tartufi, p. 235.


       Tubera, quae recte callum terrae dicemus, undique terra circumdata nullis fibris aut capillamentis nituntur. Ex tuberante loco ubi nascuntur nulla rima egeruntur. Siccis haec fere et sabulosis locis fructicosique nascuntur. Excedunt saepe librari pondere cotonei magnitudinem. Duo eorum genera, arenosa dentibus inimica, et altera sincera. Distinguuntur colore russo nigroque, ac intus candido. Laudatissima crescunt in Africa, quae cum Licinius praetor mandaret, denariis dentem infregit, ex quo patet et terra tubera ipsa conglobari. Carnosiora quae circa Damascum in Syria et Olympium Graeciae puntantur. Imbribus autunnalibus et tonitribus crebris nascuntur, nec ultra annum durant. Teneriora habentur verna. Mira est scrophae Nursinae sollertia: et facile enim ubi nascantur cognoscit et inventa attracta a rustico aure integra deponit. Vino lota sub cinere calido coquuntur. Cocta et munda saleque item ac pipere aspersa calida adhuc convivis post esum carnium apponi debent. Alit hic cibus, ut Galeno placet, et quidem multum, ac venerem ciet. Hinc est qui crebro utantur venereae delicatorum ac lautorum mensae, quo in venerem promptiores sint. Ad genituram si id fit, laudabile. Sin vero ad libidinandum (ut plerique ociosi et intemperantes solent) detestandum omnino est. 


PLATINA, De honesta voluptate et valetudine, Liber IX, Caput CCCXLVIII De tuberis, in op. cit., p.234.


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