mercoledì 4 aprile 2018

Umberto Eco. L’amore, concordia di agognati contrari



       Se la gelosia nasce dall’intenso amore, chi non prova gelosia per l’amata non è un amante, o ama a cuor leggero, tanto che si sa di amanti i quali, temendo che il loro amore si quieti, l’alimentano trovando a ogni costo ragioni di gelosia.
      Dunque il geloso (che pure vuole o vorrebbe l’amata casta e fedele) non vuole né può pensarla se non come degna di gelosia, e dunque colpevole di tradimento, rinfocolando così nella sofferenza presente il piacere dell’amore assente. Anche perché pensare a te che possiedi l’amata lontana – ben sapendo che non è vero – non ti può rendere tanto vivo il pensiero di lei, del suo calore, dei suoi rossori, del suo profumo, come il pensare che di quegli stessi doni stia invece godendo un Altro: mentre della tua assenza sei sicuro, della presenza di quel nemico sei, se non certo, almeno non necessariamente insicuro. Il contatto amoroso, che il geloso immagina, è l'unico modo in cui possa raffigurarsi con verisimiglianza un connubio altrui che, se non indubitabile, è per lo meno possibile, mentre il proprio è impossibile.
      Pertanto il geloso non è capace, né ha volontà, di immaginarsi l’opposto di ciò che teme, anzi non può godere che magnificando il proprio dolore, e soffrire del magnificato godimento da cui si sa escluso. I piaceri dell’amore sono dei mali che si fanno desiderare, dove coincidono dolcezza e martirio, e l’amore è volontaria insania, paradiso infernale e inferno celeste – insomma, concordia di agognati contrari, riso dolente e friabile diamante.


UMBERTO ECO (1932 – 2016), L’isola del giorno prima, Bompiani, Milano, settembre 1994 (I edizione), 28. Dell’Origine dei Romanzi, p. 340.












Nessun commento:

Posta un commento